Loading....

Categoria: Avis News

Situazione Covid a Busto Arsizio, l’intervista al Dott. Franzetti

Stiamo vivendo sicuramente un periodo difficile per tutti, ma, siamo convinti, lo è ancora di più per chi lavora da mesi a stretto contatto con i pazienti Covid-19 e in generale negli ambienti ospedalieri. Abbiamo avuto la fortuna di esporre alcuni nostri dubbi al Primario di Malattie Infettive dell’Ospedale di Busto Arsizio, Dott. Fabio Franzetti. Ringraziandolo della disponibilità e del tempo – non scontato – che ha voluto dedicarci, speriamo di rendere un po’ più chiara la situazione del nostro territorio. 

(Ricordiamo che la situazione Covid-19 è in costante evoluzione, l’intervista risale al 12 gennaio 2021)

 

Buongiorno Dott. Franzetti. Nel ringraziarla della sua disponibilità vorremmo partire con una domanda forse complicata. Come va?

La crescita vertiginosa dei casi della seconda ondata della pandemia che ha investito la nostra provincia nei mesi scorsi si è attenuata, ma il flusso dei malati in Pronto Soccorso non si arresta e da settimane ormai la nostra provincia è ai primi posti nella classifica del numero di casi per abitanti in Lombardia: cumulativamente oltre 60 casi per 1000 abitanti a fine anno 2020, secondo i dati del Ministero della Salute, con un totale di più di 50.000 casi accertati.

 

In che stato versano i reparti Covid a Busto Arsizio al momento? E le terapie intensive? 

Nelle ultime settimane dell’anno l’Ospedale di Busto Arsizio ha cercato di contemperare le esigenze di garantire i posti-letto per i pazienti COVID-19 da ricoverare, con quelle di tutti gli altri malati, aumentando la disponibilità di ricovero per i pazienti non-COVID. Trovare un equilibrio tra esigenze apparentemente contrastanti, stante la riduzione dei posti-letto operata negli ultimi anni, non è facile. Da metà novembre a metà gennaio la disponibilità di posti-letto per pazienti COVID del nostro ospedale è variata dai 100 a 185 (di cui 10-18 in Terapia Intensiva) a seconda dei flussi in arrivo in PS.

 

In base alla sua esperienza, è cambiato qualcosa dalla prima alla seconda ondata?

Nell’esperienza che ci siamo fatti in queste settimane non possiamo dire di aver osservato un’evoluzione nel comportamento dell’infezione. I pazienti che vengono ricoverati non sono più gravi rispetto a quelli di marzo/aprile o di novembre, perché è aumentata la quota dei pazienti sintomatici che restano al domicilio, assistiti dalla medicina del territorio, che si è riorganizzata bene. E’ rarissimo vedere ricoverati pazienti con disturbi lievi e bassi flussi di ossigeno, che vengono dimessi dopo pochi giorni con tampone negativo. Anche la rete delle strutture di ricovero a cui trasferire pazienti ancora in ossigeno e tampone molecolare ancora positivo è più organizzata: questo consente un più rapido turn-over dei malati nei reparti ad alta intensità di cura; anche se persiste l’esigenza di veder aumentare il numero di queste strutture.

 

Quali sono le sue previsioni in merito all’andamento della curva epidemiologica? Ritiene che ci sarà un terza ondata?

La terza ondata è inevitabile perché c’è stato un alleggerimento delle misure di contenimento a livello della popolazione e perché è troppo presto per godere dell’impatto della campagna vaccinale.

Il mio auspicio è che questo aumento sia contenuto (anche perché una parte della popolazione ha già contratto l’infezione) e che non si debba ricorrere a un nuovo repentino aumento dell’offerta di posti-letto per malati COVID, con le problematiche della medicina d’urgenza che ho illustrato prima.

 

Per quanto riguarda il vaccino anti-Covid, per quando possiamo aspettarci la sua completa disponibilità?

L’immunità indotta dal vaccino attualmente in utilizzo (Comirnaty di Pfizer/BioNTech) si sviluppa gradualmente, raggiungendo il livello di protezione voluto 1 settimana dopo la seconda dose. Siccome la seconda dose viene somministrata dopo 21 giorni dalla prima, il singolo vaccinato gode di una protezione dopo circa 1 mese dalla prima dose. Dato che la vaccinazione procede a cerchi concentrici, interessando un numero via via maggiore di persone, ma con tempi non rapidissimi per motivi organizzativi, ci vorranno mesi perché la maggior parte della popolazione sia “protetta”.

Gli epidemiologi stimano che la cosiddetta immunità di comunità (o immunità di gregge, se preferite) si possa instaurare quando circa il 70% dei cittadini è stato vaccinato.

Con un po’ di ottimismo, se questi vaccini mantengono la loro efficacia nel tempo (e questo è impossibile saperlo oggi, perché le prime persone vaccinate negli studi registrativi dei vaccini sono sotto osservazione da pochi mesi) già a primavera potremmo vederne gli effetti su vasta scala.

Ma le persone devono farsi vaccinare!

 

Molte persone sono ancora restii a recarsi negli ospedali per paura di contrarre il virus, il che rappresenta un ostacolo consistente per l’efficienza del sistema trasfusionale. Che consigli può dare ai nostri donatori?

A giudicare dall’afflusso dei malati in PS, il timore di accedere alle strutture ospedaliere è meno evidente rispetto alla prima fase. Non si può negare che il Pronto Soccorso e i reparti di degenza ospedaliera costituiscano ambiti di potenziale rischio, perché esiste una possibile commistione tra persone infette e persone sane. Se vanno evitati gli assembramenti nei negozi, agli eventi sportivi, nei bar, eccetera, sarà ancor più vero in ambito sanitario! Negli ospedali si è fatto molto per ridurre questo rischio: controlli della temperatura agli ingressi, regolamentazioni dei flussi dei visitatori, identificazioni di percorsi separati e realizzazione delle zone cosiddette zone COVID-free dovrebbero offrire buone garanzie per evitare i contatti a rischio. Ma moltissimo dipende dai comportamenti del singolo individuo: ormai sappiamo tutti che la regola delle 3 M (Mani da lavare/sanificare, Mascherina da indossare e almeno un Metro di distanza dagli altri) sono i pilastri della nostra autotutela.

 

Perchè il test sierologico, talvolta consigliato prima dell’effettuazione del tampone rinofaringeo, non sempre dà risultati attendibili?

Ci sono ancora troppe incertezze sull’affidabilità di questi test:

NON sappiamo se gli anticorpi che rilevano sono protettivi;

NON sappiamo per quanto dura questa protezione;

NON sappiamo se la loro comparsa coincide con l’interruzione della trasmissibilità del virus;

E infine non sono accurati al 100%: per quanto alta sia la loro sensibilità e specificità, espongono ancora al rischio di falsi negativi e falsi positivi.

Quindi sono molto utili a fini epidemiologici, cioè per capire la diffusione in aree geografiche o popolazioni diverse (ad esempio, tra gli operatori sanitari o in comunità chiuse), per dare indicazioni e indirizzare meglio i nostri interventi di prevenzione.

Possono essere impiegati anche in casi clinici selezionati, per integrare gli esami diagnostici in pazienti di cui, però, conosciamo bene la storia di malattia e l’esito dei tamponi. 

Altrimenti meglio non usarli: la positività non garantisce la certezza della protezione e la negatività non esclude la possibilità di essere infetto. Esistono oggettivi problemi interpretativi: questo implica che l’autoprescrizione di questi test è fonte di equivoci e la decisione di richiederli va lasciata al medico, a cui è lasciata l’interpretazione dei risultati.

 

Torneremo mai alla normalità?

Sono convinto che torneremo alle nostre abitudini di vita, ma potrà essere che sia una “normalità” diversa. Probabilmente si manterrà l’abitudine ad usare le mascherine protettive in alcune situazioni (magari per proteggersi dall’influenza anziché dal coronavirus), aumenteranno le vaccinazioni stagionali e le persone coinvolte.

Ma potrebbero esserci anche ricadute positive: dobbiamo augurarci che venga riorganizzata la Sanità territoriale e che siano potenziati i sistemi di gestione in telemetria di controlli e consulenze, che faciliteranno l’accesso ad alcuni servizi dei malati e alleggeriranno il peso dell’attività ospedaliera. Aumenteranno le situazioni in cui si preferirà il lavoro a domicilio a quello “in presenza”.

Non sarà necessariamente una “normalità” più complicata. Sarà una “normalità” in cui dovremo essere tutti più responsabili di noi stessi e degli altri.

 

Perchè i nobili avevano il sangue blu?

Felice blue monday a tutti!…

Suvvia, perché rassegnarsi alla consueta associazione del blu con l’alone della tristezza? Conosciamo tutti un modo di dire altrettanto popolare, che lo eleverebbe invece a vernice della prosperità: l’espressione “sangue blu”, ormai da secoli, viene usata per designare tutti coloro che si inseriscono all’interno di una genealogia nobiliare. Questo modo di dire ha origini poco chiare, e a rigor di logica non avrebbe ragion d’essere: dai fregi purpurei delle tuniche dei senatori romani al vermiglio in cui sventolavano i blasoni di molte casate medievali, è sempre stato il rosso a incarnare i valori di vittoria e supremazia. Che interesse ci sarebbe stato, da parte di chi sovrastava la piramide sociale, a proclamare che il proprio sangue fosse di un altro colore?

Secondo lo storico britannico Robert Lacey (conosciuto anche per il suo lavoro come consulente per la serie Netflix The Crown) l’espressione avrebbe preso piede nella Spagna tardo-medievale, non prima del VI secolo. Con le prime invasioni della penisola da parte degli arabi e l’inizio delle inevitabili unioni miste tra occupanti e autoctoni, divenne prioritario, per ogni iberico fiero di essere tale, dimostrare che il proprio lignaggio non fosse stato “contaminato” dal sangue degli usurpatori. Una distinzione del genere, naturalmente, non poté che far leva sul colore della pelle; eppure si trovò il modo di rendere questo discrimine ancora più netto, ancora più intrinseco: gli spagnoli presero l’abitudine di lasciare in mostra i propri polsi, dove la carnagione bianca rendeva ben visibile il colore bluastro delle vene. Al contrario, i cosiddetti “Mori” non avevano modo di ostentare le proprie, celate dalla pelle scura, e così il presunto sangre azul divenne garanzia e sinonimo di “purezza” (quantomeno dal punto di vista degli Europei).

Questa ipotesi, esposta da Lacey nel suo saggio Aristocrats, necessita comunque di qualche delucidazione. Sebbene la domanda non sorga così istintiva, in effetti, occorre porsela una volta per tutte: perché le vene sono di colore blu? La risposta è straordinariamente semplice: non lo sono. La realtà delle fattezze anatomiche del nostro organismo ha poco a che fare con le schematizzazioni cromatiche dei libri di scuola, che farebbero proprio pensare che il sangue “sporco” defluito dalle vene contraddica fermamente quel cremisi scintillante tipico delle arterie. Ora, che il sangue povero di ossigeno non sia acceso come quello appena rifornito è un dato di fatto, ma si tratta di null’altro che una tendenza più evidente verso sfumature brune. 

È pur vero che, se una porzione di vena venisse svuotata di tutto il sangue, le sue pareti non apparirebbero perfettamente trasparenti, bensì traslucide. Per un osservatore esterno, quindi, la sovrapposizione di certi riflessi grigiastri al rosso scuro del liquido potrà determinare un equivoco nell’impressione complessiva del colore; la sfumatura violacea risultante, però, si manterrà comunque distinta da qualsiasi tipo di blu. 

Tutto ciò non toglie che, viste attraverso la pelle dei polsi, le vene sono blu, lo sono eccome. Per districare questa aporia occorre attingere agli studi della fisica: quando la luce penetra attraverso la pelle, il tessuto adiposo sottocutaneo ne assorbe le componenti a bassa frequenza (quelle corrispondenti al rosso e ai colori ad esso inerenti), perciò, dopo aver raggiunto la superficie delle vene ed esservi rimbalzata contro, quella che arriva ai nostri occhi è la residua luce ad alta frequenza, tradotta dal nostro apparato visivo con la gamma di colori relativi al blu.

Ad ogni modo, il motivo per cui la diceria del “sangue blu” e il suo significato di purezza divennero di pertinenza dei soli nobili è da correlare alla differenza di abitudini tra questi e i ceti meno abbienti: se i primi passavano la maggior parte del loro tempo in casa, al riparo di lussuose dimore, gli altri erano perlopiù impiegati nei campi, anche e soprattutto sotto il cocente sole estivo. Proprio come i “Mori”, dunque, nemmeno questi braccianti costantemente abbronzati avevano modo di provare di avere il sangue blu. Ed è ovviamente in questa accezione elitaria che il detto straripò dalla Spagna e si diffuse in tutta Europa, assumendo i connotati di un vessillo con cui i nati benestanti esibivano il privilegio di non lavorare.

Altre teorie fanno risalire la storia di questa curiosa locuzione alla frequenza con cui gli ambienti nobiliari erano colpiti da due singolari malattie: l’argiria e l’emofilia.

La prima, provocata dalla contaminazione del sangue da parte di particelle di argento, comporta un’anomalia dermatologica parziale o totale, tale per cui la pelle assume un colorito tra il grigio e il blu. La sua diffusione tra i nobili si spiega da sé, dal momento che loro soli, pressoché in ogni epoca, hanno potuto permettersi di banchettare tre volte al giorno e tutti i giorni con stoviglie d’argento. 

L’emofilia, come illustrato nell’articolo a riguardo, consiste invece in un difetto di coagulazione del sangue: lividi ed emorragie dilagano indisturbati, concorrendo a miscelare sfumature cutanee analoghe a quelle causate dall’argiria. Era consuetudine degli aristocratici accoppiarsi solo con altri aristocratici, spesso tra parenti anche non alla lontana; limitando notevolmente la diversità genetica, un sistema di unioni coniugali così serrato non poteva che favorire l’insorgere di una malattia che ha proprio origini genetiche: un portatore sano di emofilia che si congiunga a un soggetto della stessa famiglia, tra i cui rami aleggia lo stesso gene nocivo, ha cospicue probabilità di dare alla luce un figlio emofilico.

In conclusione, è lecito supporre che il mito del sangue blu, sorto in Spagna, abbia trovato nell’argiria e nell’emofilia complici ideali per diffondersi a livello internazionale.

Ma quello che conta è che non c’è affatto da deprimersi in questo lunedì blu: a quanto pare, vene in vista o no, quest’oggi siamo tutti nobili!


A cura di Enrico Forte

Posta prioritaria per Babbo Natale

La sottosezione Avis di Olgiate Olona in collaborazione con la Scuola Primaria Montessori di Castellanza ha organizzato, a dicembre, il tradizionale evento natalizio che coinvolge i più piccoli nel lancio delle letterine destinate a Babbo Natale.

Quest’anno l’evento, anzichè tenersi in Piazza, è stato tenuto nel giardino della scuola, coinvolgendo i ragazzi delle classi 1°, 2° e 3° che a turno sono uscite per lanciare le loro letterine in cielo.

Un momento di spensieratezza tra i banchi – distanziati – di scuola.

 

Gli auguri del Presidente di Avis Nazionale per il 2021

Riportiamo di seguito gli auguri e le parole del Presidente di Avis Nazionale, Gianpietro Briola.

 

“Se c’è una cosa che la pandemia non è riuscita a fermare è stata la solidarietà. Ed è proprio da qui, da un “Grazie” rivolto a tutti i donatori, che il presidente di AVIS NazionaleGianpietro Briola, è voluto partire nel suo messaggio di auguri per il nuovo anno.

Un video in cui Briola ha ribadito ancora una volta quanto i sentimenti di cittadinanza attiva e sostegno alle persone in difficoltà si siano confermati i valori che «hanno ispirato tutti noi. Nessun paziente è rimasto senza terapie salvavita. Gli ospedali, pur stravolgendo le proprie attività di routine, hanno potuto contare su scorte di sangue adeguate alle trasfusioni per i pazienti cronici e interventi d’urgenza».

Dopo aver ricordato chi non c’è più e chi, in emergenza, ha fatto la propria parte anche per donare il plasma iperimmune, il presidente ha rivendicato come il nostro «essere volontari sia uscito rafforzato nonostante l’emergenza sanitaria. Un’emergenza che ci ha impedito di vivere la Giornata mondiale del donatore come avremmo voluto, ma che possiamo ancora fare il prossimo 14 giugno».

Per tutto questo Briola ha poi rivolto una serie di “grazie” ai volontari avisini sottolineando come «il 2021 dovrà essere l’anno della rinascita e della ripresa per ciascuno di noi».”

(Fonte: Avis Nazionale)

“The Surgeon’s Cut”: un viaggio nel mondo della chirurgia

Un medico fetale, un neurochirurgo, una specialista in chirurgia dei trapianti e un cardiochirurgo: sono questi i quattro protagonisti di “The Surgeon’s Cut”, nota in Italia come “Geni della chirurgia”, la nuova docu-serie disponibile da dicembre su Netflix e prodotta da BBC Studios. In pochi ma intensi episodi sono raccontate le storie e le vite di quattro famosi e talentuosi chirurghi, tutti pionieri nel loro specifico campo.

Anche se una serie che affronta il tema della chirurgia potrebbe non appassionare i più, apparire troppo delicato o sembrare di difficile trattazione, è bene darle una chance a prescindere dalle proprie conoscenze e reali interessi: scene di interviste, in cui gli stessi chirurghi si raccontano in prima persona, si alternano ad altre di vita privata e ad altre ancora davvero sensazionali, oltre che non censurate, di interventi in sala operatoria. Lo stesso James Van der Pool di BBC Studios l’ha definita “una visione profondamente toccante della chirurgia nel 21° secolo”: nulla di più vero, considerato che dopo altri documentari di successo dello stesso genere (Lenox Hill, rilasciata sempre da Netflix a giugno), la serie esce in un delicato momento storico in cui l’attenzione per la scienza e la medicina ha raggiunto livelli inimmaginabili.

Il primo episodio, “Vite salvate prime della nascita”, fornisce tra l’altro interessanti spunti di riflessione sul ruolo del sangue nella pratica clinica, che possono incuriosire anche un comune donatore di sangue (Attenzione: seguono spoiler).

Protagonista è il dottor Kypros Nicolades, medico di origine greco-cipriota, professore al King’s College di Londra. Con i suoi studi e scoperte ha rivoluzionato negli ultimi trent’anni il campo della medicina fetale, sviluppando innovativi metodi di screening prenatali e di terapia fetale per complicazioni come la sindrome da trasfusione feto-fetale (FFTS). Questa situazione anomala si presenta quando feti che condividono la stessa placenta, l’annesso embrionale che permette lo scambio di sostanze nutritive e l’eliminazione di sostanze di scarto grazie ai vasi sanguigni che percorrono il cordone ombelicale, ricevono quantità ineguali di sangue: un gemello ne riceve troppo, l’altro troppo poco, compromettendo le funzionalità cardiache di entrambi. Infatti, ricevendo poco sangue, è impedita la normale crescita del feto che quindi risulterà più “piccolo” del normale; ricevendone troppo, al contrario, il cuore non sarà in grado di “pompare” tutto il sangue ricevuto. Il dottor Nicolades è quindi ripreso mentre interviene su una futura madre (sveglia e cosciente durante l’operazione) inserendole direttamente nella pancia una sonda in grado di emettere un laser che chiuderà i punti di congiunzione dei vasi sanguigni del feto donatore e del feto ricevente: in questo modo il sangue seguirà il giusto percorso e si distribuirà ugualmente nei due gemelli. Quasi sempre, però, il feto che era stato precedentemente privato di sangue muore poco dopo l’operazione. L’altro ha più possibilità di sopravvivere ma non è esente da ogni rischio: la morte del gemello può infatti provocare un’emorragia tale da rendere necessaria una trasfusione di sangue inserendo l’ago direttamente nel suo cuore. 

Gli episodi successivi propongono le storie di due medici americani: il neurochirurgo Alfredo Quinones-Hinojosa e la dottoressa Nancy Ascher, specialista in chirurgia dei trapianti e la prima donna ad aver eseguito un trapianto di fegato. L’ultimo racconta invece l’esperienza del dottor Devi Shetty, cardiochirurgo e fondatore di uno dei più grandi centri medici del mondo in India.

 

(A cura di Francesca Genoni)

Vaccini anti-COVID: il punto della situazione

Il 9 novembre 2020 l’azienda farmaceutica statunitense Pfizer Inc., in collaborazione con l’azienda tedesca di biotecnologia e biofarmaceutica BioNTech, ha annunciato la scoperta di un vaccino per la malattia COVID-19, con un’efficacia sul 95% dei casi testati. 9.750 dosi di Cominarty (questo il nome commerciale del vaccino) o BNT162b2 (nome usato durante la sperimentazione) sono giunte in Italia per la prima somministrazione trasmessa in diretta nazionale dall’ospedale Spallanzani di Roma, cui seguiranno 470mila dosi di siero ogni settimana per raggiungere una copertura di 26,92 milioni di dosi. 

Quello di Pfizer-BioNTech non è però l’unico vaccino applaudito dall’Unione Europea: un’altra azienda statunitense, Moderna, attiva nell’ambito della ricerca e dello sviluppo di farmaci basati sull’RNA messaggero (mRNA), il 16 novembre ha comunicato la scoperta di un vaccino a RNA, rinominato mRNA-1273, per far fronte alla pandemia: l’efficacia sperimentata è del 94,5%, lo 0,5% in meno rispetto a quello di Pfizer. Il vaccino di Moderna, approvato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, non è ancora stato approvato dall’UE, ma lo sarà entro i primi giorni di gennaio.

Anche AstraZeneca, azienda globale biofarmaceutica britannica, ha dichiarato lo sviluppo del vaccino ChAdOx1 efficace al 95% capace di eliminare il 100% dei sintomi gravi. La formula brevettata a Oxford deve ancora ricevere il via libera all’inoculazione: al momento l’Unione Europea ha opzionato 400 milioni di dosi, ma la sua eventuale approvazione consentirebbe di vaccinare 13 milioni di italiani entro marzo considerando anche gli altri lotti in arrivo. In Gran Bretagna la somministrazione di AstraZeneca dovrebbe cominciare già dal 4 gennaio, mentre è improbabile che l’UE ne dia il via libera entro lo stesso mese.

Altri vaccini (Johnson&Johnson, Sanofi, CureVac) non sono ancora stati presentati, ma dovrebbero rientrare nelle 202,573 milioni di dosi previste per il nostro Paese.

Chiaramente esistono alcune differenze fra i vaccini. Oltre alla loro composizione, una di queste risiede nello stato di conservazione: il vaccino Pfizer ha bisogno di essere conservato a -94 gradi Farehneit secondo la scala termometrica americana, quindi -70 gradi Celsius; quello di Moderna resta stabile a una temperatura che varia tra i 2 e gli 8 gradi Celsius fino a 30 giorni, che diventano -20 gradi se tenuto nel congelatore per sei mesi. Il vaccino di Oxford risulta il più vantaggioso da questo punto di vista, perché richiede condizioni di refrigerazione tra i 2 e gli 8 gradi centigradi, temperature che consentirebbero di conservarlo in un comune frigorifero. Differenze esistono anche nei costi: ogni dose di Pfizer costa circa venti dollari, quelle di Moderna fino a 25 dollari. Solo AstraZeneca ha mantenuto un costo esiguo pari a quello di produzione: 2,8 dollari, quasi un decimo del prezzo di mercato dei concorrenti. 

Se la notizia di più vaccini efficaci contro il Coronavirus ha suscitato da una parte un generale ma cauto ottimismo, dall’altra ha acceso le consuete polemiche sugli effetti collaterali che queste cure potrebbero provocare, mettendone in discussione la reale serietà e affidabilità. Moderna e Pfizer hanno riconosciuto che i loro vaccini potrebbero indurre effetti simili ai sintomi associati alla malattia COVID-19, assicurando però che in fase di sperimentazione tali effetti non sono stati pericolosi, ma di lieve entità e di breve durata. Per questo motivo Cominarty ha cominciato ad essere somministrato in Italia già dal 27 dicembre, data che resterà per sempre iconica: il V-Day (Vaccine Day), nome che ricorda lo storico sbarco in Normandia degli Alleati che ribaltò le sorti della Seconda Guerra Mondiale, è il giorno che ha inaugurato l’inizio della campagna vaccinale in Italia. 

“Oggi l’Italia si risveglia. È il #VaccineDay. Questa data ci rimarrà per sempre impressa. Partiamo dagli operatori sanitari e dalle fasce più fragili per poi estendere a tutta la popolazione la possibilità di conseguire l’immunità e sconfiggere definitivamente questo virus” ha scritto il Premier Giuseppe Conte sul suo account Twitter. 

È infatti noto che in Italia le prime dosi siano state riservate alle categorie più a rischio, quindi sanitari e soggetti anziani e fragili. Molti altri dettagli sono ancora in fase di definizione, ad esempio l’eventuale obbligatorietà del vaccino. In questo senso, il presidente di AVIS Nazionale Gianpietro Briola ha inviato una lettera al Ministro della salute Roberto Speranza per chiedere che anche i donatori di sangue vengano inseriti tra le categorie destinatarie delle prime dosi a disposizione del vaccino anti-COVID. È da intendersi che vaccinarsi (così come il non farlo) è un diritto ma talvolta anche un dovere, consci del fatto che quando in gioco c’è la salute, qualsiasi scelta può ledere o salvare la vita propria e altrui.

Back To Top