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Scientificamente Avis: Vaccini sì, vaccini no

Tutto comincia con la testimonianza dello storico greco Tucidide sull’epidemia che aveva colpito Atene nel 429 a.C.: le persone guarite raramente si ammalavano una seconda volta, e mai in maniera grave. Per quanto riguarda la peste, lo stesso fenomeno era noto al tempo di Renzo e Lucia (ce lo racconta il Manzoni). Nessuno, però, era in grado di spiegarne il perché.

Lo stesso valeva anche per un’altra malattia, ancora più grave perché a differenza della peste era sempre in agguato: il vaiolo. Ne erano morti persino Faraoni dell’antico Egitto (Ramses V), re e imperatori (Luigi I di Spagna, Pietro II di Russia, Luigi XV di Francia) e chi sopravviveva avrebbe portato per tutta la vita i segni lasciati dal contagio (la regina d’Inghilterra Elisabetta I li nascondeva sotto un pesante trucco nelle apparizioni ufficiali).

Si sapeva però che i mungitori che avevano contratto il vaiolo dalle loro bestie una volta guariti non si ammalavano più della stessa malattia. Di queste conoscenze empiriche approfittò nel 1796 un medico di campagna britannico: Edward Jenner iniettò del materiale preso dalla pustola di una giovane contadina in un ragazzo di 8 anni e, alcuni mesi dopo, un campione di vaiolo umano senza che si manifestasse la malattia.

Il “perché” lo si è scoperto molti anni dopo: l’ingresso di un determinato agente patogeno provoca la produzione, da parte dell’organismo ricevente, di difese capaci di creare un’immunità più o meno durevole nel tempo. Sarebbe stato però assurdo inoculare volutamente l’agente che provoca la malattia, a meno di non trattarlo adeguatamente per renderlo innocuo, ma pur sempre riconoscibile da parte delle strutture che creano le difese. I prodotti necessari per questi trattamenti sono i vaccini.

La somministrazione di un vaccino suscita, da parte dell’organismo ricevente, una risposta simile a quella che sarebbe causata dall’infezione vera e propria ma senza che si verifichi l’insorgere della malattia. Di questo primo contatto resta però un ricordo (memoria immunologica) che consente al sistema immunitario di rispondere immediatamente in caso di successivo contatto con l’agente patogeno pienamente aggressivo. Sarebbe altrimenti necessario attendere 2-3 settimane di tempo prima che l’organismo sia in grado di riconoscerlo e di produrre una quantità di anticorpi sufficiente a contrastarlo, ed è proprio in questo intervallo di tempo che la malattia causa i danni peggiori.

Resta il problema di “come” rendere innocuo l’agente patogeno pur lasciandogli la fisionomia che consente di riconoscerlo, e questo può avvenire in diversi modi: uccidendolo o inattivandolo con il calore o utilizzando composti chimici, selezionando le componenti batteriche o virali meno pericolose con raffinate tecniche di separazione, utilizzando molecole provenienti dall’agente infettivo (non in grado di provocare la malattia ma sufficienti ad attivare le difese immunitarie dell’organismo), e più recentemente producendo un determinato antigene clonando e trattando l’agente che provoca la malattia. La scelta di quale tecnica utilizzare varia caso per caso, e da qui il problema di identificare quella più efficace quando, come nel caso del Covid-19, siamo in presenza di una malattia “nuova” (e infatti oggi i laboratori di ricerca stanno battendo strade diverse proprio per non perdere tempo, e chi riuscirà nell’intento non sarà il più bravo ma quello che avrà scelto quella giusta).

Sul tema c’è anche da tenere in considerazione un elemento del quale abbiamo parlato all’inizio, quello della “memoria immunologica”. Semplificando, è l’arco di tempo per il quale il vaccino mantiene la sua efficacia, che varia caso per caso: ad esempio, quello antitetanico richiede una prima vaccinazione, poi un richiamo, e poi resta attivo per una decina di anni, quello per il colera non va oltre i sei mesi (e questa è un’altra incognita di non poco conto nel caso del Covid-19).

Un’altra considerazione: fin dai tempi di Jenner ci sono state perplessità, o addirittura opposizioni feroci nei confronti della vaccinazione. L’ambigua ironia del poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli sulle presunte conseguenze della pratica:

                                                …vedi che bell’idee da framasoni                                            

d’attaccajje pe fforza li vaglioli

pe ffajje arisvejjà ll’infantijjoli

e stroppiàcceli poi, come scroppioni!…

…vedi che bell’idea da massoni,

attaccargli per forza il vaiolo

per far loro risvegliare le convulsioni

e storpiarceli poi come scorpioni…

 

A cui risponde Renato Fucini, mettendo in bocca ad una popolana ignorante che parlando con una comare le raccomanda di non dare retta ai medici affermando:

 

…non li dia retta a questi lusurai del sangue umano…

…non dia retta a questi usurai del sangue umano…

 

Dibattito finito con l’Ottocento? Nossignori, negli stati Uniti nasce la Società contro la vaccinazione (per mantenere il corpo intatto e puro), ed è dell’altro ieri (1998) l’iniziativa dell’ex medico e chirurgo Andrew Wakefield che riuscì a pubblicare sulla prestigiosa rivista medica inglese “Lancet” un articolo in cui sosteneva la correlazione tra la somministrazione del vaccino trivalente (morbillo, parotite e rosalia) con le malattie intestinali e l’autismo.

Un dibattito che, si spera, non debba riaccendersi quando il vaccino Anti Covid sarà finalmente disponibile.

 

A cura di Giancarlo Nazari

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