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Scientificamente Avis: L’eritroblastosi fetale

L’eritroblastosi fetale o malattia emolitica del neonato (MEN) è una patologia causata dalla distruzione dei globuli rossi fetali da parte degli anticorpi materni. È anche detta infatti malattia emolitica anti-D, per la presenza nel circolo sanguigno di anticorpi anti-D di origine materna, che si sviluppano in seguito al contatto con l’antigene D durante la prima gravidanza. 

Per comprendere il significato della malattia occorre ricordare che ogni gruppo sanguigno (A, B, AB, 0) si distingue ulteriormente per il fattore Rh, in riferimento alla presenza o meno del determinante antigenico D (codificato dal gene RhD) sulla superficie dei globuli rossi. La parte di popolazione Rh negativa presenta una mutazione sul gene RhD che li rende privi di questa proteina e, di conseguenza, possono produrre anticorpi contro la stessa, presente invece sulla superficie dei globuli rossi della popolazione Rh positiva. 

Normalmente il sangue materno e quello fetale non vengono mai a contatto tra di loro, ma può succedere che a partire dal quarto mese, attraverso microscopiche fratture presenti nella membrana placentare, globuli rossi fetali passino nel circolo materno e viceversa, soprattutto durante il parto. Se il feto è Rh positivo e la madre Rh negativa, i globuli rossi del feto a contatto con quelli della madre possono stimolare la produzione di anticorpi anti-D da parte del sistema immunitario della madre. 

Durante una seconda gravidanza (supponendo un feto Rh positivo), se questi anticorpi precedentemente prodotti passano nel sangue fetale possono causare l’emolisi dei globuli rossi Rh positivi del feto con conseguente anemia fetale. Essendo già avvenuta una risposta primaria durante la prima gravidanza, sono sufficienti anche minime quantità di sangue per scatenare la risposta immunitaria: gli anticorpi anti-D riconosceranno gli eritrociti fetali come estranei distruggendoli. Si chiama “eritroblastosi fetale” proprio perché, per fare fronte alla grave anemia, il midollo osseo del feto immette in circolo gli eritroblasti, i precursori degli eritrociti. 

Alcuni feti con questa malattia non riescono a compensare l’ingente perdita di globuli rossi: tale condizione può quindi provocare la morte del feto se non si interviene con un parto pretermine o con trasfusioni intrauterine, intraperitoneali o endovenose di globuli rossi Rh negativi fino alla nascita che sopperiscano all’emolisi. 

L’eritroblastosi fetale può insorgere anche in caso di incompatibilità di gruppo AB0: questa variante è più frequente e può colpire indifferentemente qualunque figlio (mentre quella da Rh colpisce solo gravidanze successive alla prima) determinando però un’emolisi di scarsa intensità.

Attualmente l’eritroblastosi fetale è un’affezione relativamente rara perché l’immunoglobulina RhD somministrata alla madre previene in genere lo sviluppo di questa patologia nel feto. È comunque possibile che si verifichino anemia fetale e iperbilirubinemia: la concentrazione di bilirubina non coniugata in forma libera (derivata dal catabolismo dell’emoglobina) e di altri pigmenti nel liquido amniotico, infatti, è correlata al grado della malattia emolitica. 

Per definire il grado di questa malattia si può utilizzare, appunto, l’amniocentesi, una comune procedura diagnostica prenatale invasiva effettuata a circa 15 settimane di gravidanza, che prevede il prelievo di un campione di liquido amniotico tramite un ago inserito nella parete addominale anteriore e quella uterina della madre, fino a raggiungere la cavità amniotica. È una procedura relativamente priva di rischi, utile anche per identificare la presenza di anomalie genetiche. Prelevando liquido amniotico, infatti, si prelevano anche cellule di sfaldamento che derivano dalla superficie dell’embrione, dei rivestimenti interni e amnioblasti, cellule che rivestono la cavità amniotica di derivazione embrionale e quindi con lo stesso DNA del feto. Un altro metodo utilizzato è il test di Coombs diretto, che rileva sulla superficie dei globuli rossi circolanti nel sangue la presenza di anticorpi.

Resoconto dell’Assemblea annuale

Domenica 21 febbraio si è tenuta presso l’Aula Magna della Scuola Media “Enrico Fermi” di Fagnano Olona l’Assemblea Annuale Ordinaria della sezione AVIS di Busto Arsizio e Valle Olona, che ormai da 83 anni dà appuntamento a soci e donatori,  per la prima volta trasmessa anche online.

Con questa Assemblea si è concluso anche il mandato quadriennale del presidente Marco Roncari, che dopo quattro anni di entusiastica dedizione all’Associazione ha ringraziato donatori, consiglieri e collaboratori per la solidarietà dimostrata e l’aiuto offerto, in particolar modo nel corso dell’ultimo anno di pandemia da Coronavirus, le cui vittime sono state ricordate con un momento di silenzio.

Al termine dell’Assemblea si sono anche tenute le votazioni per la formazione del nuovo Consiglio Direttivo, che presto si riunirà per eleggere il nuovo presidente.

Per consentire a tutti gli interessati di approfondire le principali tematiche trattate, vengono qui pubblicati i documenti che si possono aprire cliccando sopra il link:

Assemblea Avis annuale, domenica 21 febbraio ore 9.30

Come da precedente comunicazione, l’Assemblea annuale quest’anno si terrà online domenica 21 febbraio dalle ore 09.30.

L’accesso in presenza sarà infatti concesso esclusivamente al Consiglio direttivo uscente e ad eventuali candidati per il nuovo Consiglio (la candidatura si può far pervenire presso la Segreteria inviando una mail a info@avisbusto.it o chiamando il numero: 0331 381180).

Sarà comunque possibile partecipare online, ascoltare gli interventi, avere la parola e prendere visione dei documenti tramite la piattaforma Google Teams, cui è possibile accedere con un semplice click al seguente link:
http://bit.ly/3apZo2b

Al click si aprirà una nuova pagina di navigazione, sarà sufficiente scegliere l’opzione “Continua in questo browser” per accedere alla riunione senza scaricare alcuna app.

Procedendo, comparirà un avviso per consentire alla piattaforma di utilizzare microfono e videocamera. Consigliamo di cliccare su “Consenti”.

Infine, sarà sufficiente inserire il proprio “Nome e Cognome” (se si desidera) e scegliere l’opzione “Videocamera accesa/spenta” e “Microfono acceso/spento” che si preferisce.

Per eventuali problemi tecnici la mattina dell’incontro, contattare il numero: 328 4342387 (in funzione esclusivamente domenica 21 febbraio)

Ricordiamo l’Ordine del Giorno:

 1. Nomina del Comitato Elettorale con funzioni di seggio
 2. Presentazione delle relazioni Associativa, Finanziaria, del Conto Consuntivo, e della relazione del Collegio sindacale per il 2020
 3. Presentazione della relazione Sanitaria
 4. Discussione delle relazioni Associativa e Finanziaria, repliche e votazioni
 5. Determinazione del numero dei Consiglieri da eleggere
 6. Disposizioni del Comitato Elettorale in ordine alle modalità di votazione delle cariche direttive per il quadriennio 2021-2024
 7. Nomina dei delegati per l’Assemblea Provinciale
 8. Nomina dei candidati a delegato per le Assemblee Regionale e Nazionale
 9. Nomina dei candidati per i Consigli Provinciale, Regionale e Nazionale
 10. Presentazione, discussione, repliche e votazione del bilancio di previsione per il 2021
 11. Varie

Dieta del gruppo sanguigno: scienza o illazione?

Peter D’Adamo è il naturopata statunitense a cui si deve la proposta della “dieta del gruppo sanguigno”. Secondo questo singolare regime alimentare, ciascuno di noi dovrebbe orientare le proprie scelte nutrizionali a seconda del gruppo sanguigno a cui appartiene: sarebbe questa la chiave per il benessere dell’organismo.

La teoria, diffusa nel 1996 dal saggio Eat Right 4 Your Type, prende le mosse da una considerazione evolutiva: è lecito supporre che il differenziarsi degli individui nei gruppi 0, A, B e AB si sia svolto in periodi differenti della storia, attraverso gli stessi meccanismi di mutazione genetica da cui derivano, per esempio, gli occhi azzurri. Sono vari studi bio-molecolari, condotti sui resti dei nostri più remoti antenati, a corroborare tale ipotesi. 

Sull’ordine cronologico in cui i gruppi si sarebbero originati, tuttavia, è inevitabile che si diverga: se oggi viene rintracciata la presenza in un’era X di un certo gruppo sanguigno, nulla garantisce che domani non vengano alla luce altri esemplari dello stesso gruppo risalenti ad un’era Y antecedente. Fintanto che su ogni ritrovamento aleggia la possibilità che esistano esemplari più antichi, l’età di un gruppo è sempre in discussione e nessuna datazione può ritenersi definitiva. Quello sostenuto da D’Adamo, insomma, è solo uno dei tanti schemi temporali possibili: agli albori dell’umanità – sostiene il ricercatore – esisteva il solo gruppo 0, prima che una mutazione, circa 20.000 anni fa, provocasse l’insorgere dell’antigene A; dopodiché sarebbe comparso il gruppo B, più giovane di dieci millenni, mentre il gruppo AB sarebbe nato dalla loro combinazione non più di 1000 anni fa.

Ma che cosa ha a che fare tutto questo con le diete? Il passaggio è decisamente arbitrario: per rendere ragione dell’esistenza di un certo gruppo sanguigno, D’Adamo fa riferimento proprio alle abitudini alimentari diffuse durante il periodo di sviluppo del gruppo stesso, ovviamente tenendo conto anche del luogo di ritrovamento dei campioni. La comparsa di un determinato antigene, cioè, è letta come strategia evolutiva volta a far fronte a un cambiamento dell’alimentazione, a sua volta determinato da un cambiamento di habitat (un’alterazione del clima oppure una migrazione). Se la prevalenza del gruppo 0 si colloca nell’era primordiale dei cacciatori-raccoglitori, va da sé che gli individui di questa categoria erano e sono predisposti ad un’alimentazione riccamente proteica; il gruppo A risale ad un contesto di sedentarietà e coltivazione, quindi il loro apparato digerente prediligerebbe frutta, verdura, cereali; i capostipiti del gruppo B erano popoli nomadi dediti all’allevamento, da cui la loro presunta maggiore tolleranza a latte e derivati; infine il gruppo AB sarebbe idoneo a seguire una dieta ibrida delle altre tre.

Ora, verrebbe da chiedersi per quale motivo l’origine di un gruppo sanguigno debba essere correlata proprio alle abitudini alimentari degli antenati. Per rispondere, chi asseconda D’Adamo si appella ad una scoperta recente: si è osservato che gli antigeni dei gruppi sanguigni non sono presenti solo sui globuli rossi, bensì anche su alcune cellule di rivestimento dell’intestino. Di qui la congettura che il gruppo sanguigno abbia una qualche rilevanza nell’efficienza di certi enzimi digestivi; ma è soltanto di questo che si tratta, di una congettura. Nessuna stringente corrispondenza scientifica è stata individuata tra gli antigeni delle cellule sanguigne e quelli delle cellule intestinali, perlomeno non ancora.

Senza bisogno di chiamare in causa l’intestino, comunque, potrebbe lo stesso sembrare logico un ruolo degli antigeni dei gruppi sanguigni nell’assimilazione dei nutrienti: non è forse il sangue a trasportare in tutto il corpo le sostanze nutritive? È così, certo, il trasporto dei nutrienti è compito del sangue. Urge però una cruciale precisazione: i principi nutritivi viaggiano liberi nel plasma, o tutt’al più agganciati a molecole di supporto. Gli antigeni dei gruppi sanguigni, invece, non si trovano nel sangue se non sui globuli rossi, e i globuli rossi sono delegati al trasporto dell’ossigeno, non a quello dei nutrienti. Ancora una volta, quindi, è da escludere qualsiasi interazione tra cibo e gruppi sanguigni.

Eppure i seguaci del naturopata abbondano, e sono in numerosi a dichiarare che la propria salute abbia tratto cospicuo giovamento dalla lettura di Eat Right 4 Your Type. Dando una scorsa ai precetti esposti nel libro, allora, non si può fare a meno di notare una tendenza comune alle quattro diete, al di là delle superficiali differenze: nessuna di esse si azzarda a sbilanciarsi sull’uno o sull’altro tipo di alimenti, ma ognuna raccomanda una nutrizione varia ed equilibrata, coadiuvata in ogni caso da regolare attività fisica. Nulla di rivoluzionario, insomma, rispetto a ciò che gli esperti dietologi consigliano da sempre.

Un’indagine del 2014 (divulgata sulla rivista canadese Plos One) ha sottoposto 1.455 persone di tutti i gruppi sanguigni alle diete di D’Adamo, prescindendo però dal gruppo di ogni candidato: la dieta del gruppo A è stata somministrata ad individui di gruppo A, ma anche ad individui di gruppo B, di gruppo 0 e di gruppo AB; la dieta del gruppo B a individui di gruppo B, ma anche ad individui degli altri tre gruppi; e via dicendo. Ciò che è stato rilevato dagli esiti dell’esperimento – al di là della totale inefficacia della dieta del gruppo B – conferma quanto notato poco fa. Si è concluso, infatti, che le diete dei gruppi 0, A e AB hanno sì effetti benefici sull’organismo, però indipendentemente dal gruppo sanguigno del soggetto considerato: proprio perché si tratta di consigli nutrizionali tipici e universali.

In definitiva, nulla vieta di togliersi lo sfizio e provare a seguire i suggerimenti di Peter D’Adamo. Basta essere consapevoli che l’investimento più sensato sarebbe la consulenza di un nutrizionista, il cui parere si fonda sulle caratteristiche del paziente in sé, non del macro-insieme sanguigno (ribadisco: sanguigno, non nutrizionale) di cui fa parte.

A cura di Enrico Forte

L’invito del Presidente uscente Marco Roncari per l’Assemblea annuale (quest’anno online)

Si terrà domenica 21 febbraio (dalle ore 9.30) l’annuale Assemblea ordinaria della nostra Associazione.
Quest’anno, per ovvi motivi dovuti alla corrente situazione pandemica, l’accesso in presenza sarà consentito solo al Consiglio direttivo uscente e ad i candidati che faranno pervenire per tempo la propria nomina a Consiglieri presso la nostra Segreteria (inviando una mail a info@avisbusto.it).

Tutti gli altri soci avisini invece, potranno seguire l’evento online, tramite un link che verrà fatto pervenire per tempo qui sul sito e sui nostri canali social (pagina Facebook “Avis Busto Arsizio e Valle Olona” e pagina Instagram @avisbusto).
La partecipazione online consentirà comunque di assistere e intervenire attivamente a eventuali dibattiti e discussioni.

Il Presidente uscente Marco Roncari, nel video, invita tutti a considerare che l’Avis – Associazione Volontari Italiani del Sangue – è fatta da persone che volontariamente e responsabilmente si impegnano affinchè non vengano a mancare i donatori che assicurano agli Ospedali il sangue necessario. Una macchina, a volte, complessa che ha bisogno di nuove idee ed energie per poter continuare a funzionare.

Ecco dunque l’invito a candidarsi a partecipare più attivamente alla vita associativa, proprio in occasione della formazione del nuovo Consiglio direttivo per il quadriennio 2021-2024 che verrà formato a seguito dell’Assemblea.

Di seguito, l’Ordine del Giorno:

 1. Nomina del Comitato Elettorale con funzioni di seggio
 2. Presentazione delle relazioni Associativa, Finanziaria, del Conto Consuntivo, e della relazione del Collegio sindacale per il 2020
 3. Presentazione della relazione Sanitaria
 4. Discussione delle relazioni Associativa e Finanziaria, repliche e votazioni
 5. Determinazione del numero dei Consiglieri da eleggere
 6. Disposizioni del Comitato Elettorale in ordine alle modalità di votazione delle cariche direttive per il quadriennio 2021-2024
 7. Nomina dei delegati per l’Assemblea Provinciale
 8. Nomina dei candidati a delegato per le Assemblee Regionale e Nazionale
 9. Nomina dei candidati per i Consigli Provinciale, Regionale e Nazionale
 10. Presentazione, discussione, repliche e votazione del bilancio di previsione per il 2021
 11. Varie

Situazione Covid a Busto Arsizio, l’intervista al Dott. Franzetti

Stiamo vivendo sicuramente un periodo difficile per tutti, ma, siamo convinti, lo è ancora di più per chi lavora da mesi a stretto contatto con i pazienti Covid-19 e in generale negli ambienti ospedalieri. Abbiamo avuto la fortuna di esporre alcuni nostri dubbi al Primario di Malattie Infettive dell’Ospedale di Busto Arsizio, Dott. Fabio Franzetti. Ringraziandolo della disponibilità e del tempo – non scontato – che ha voluto dedicarci, speriamo di rendere un po’ più chiara la situazione del nostro territorio. 

(Ricordiamo che la situazione Covid-19 è in costante evoluzione, l’intervista risale al 12 gennaio 2021)

 

Buongiorno Dott. Franzetti. Nel ringraziarla della sua disponibilità vorremmo partire con una domanda forse complicata. Come va?

La crescita vertiginosa dei casi della seconda ondata della pandemia che ha investito la nostra provincia nei mesi scorsi si è attenuata, ma il flusso dei malati in Pronto Soccorso non si arresta e da settimane ormai la nostra provincia è ai primi posti nella classifica del numero di casi per abitanti in Lombardia: cumulativamente oltre 60 casi per 1000 abitanti a fine anno 2020, secondo i dati del Ministero della Salute, con un totale di più di 50.000 casi accertati.

 

In che stato versano i reparti Covid a Busto Arsizio al momento? E le terapie intensive? 

Nelle ultime settimane dell’anno l’Ospedale di Busto Arsizio ha cercato di contemperare le esigenze di garantire i posti-letto per i pazienti COVID-19 da ricoverare, con quelle di tutti gli altri malati, aumentando la disponibilità di ricovero per i pazienti non-COVID. Trovare un equilibrio tra esigenze apparentemente contrastanti, stante la riduzione dei posti-letto operata negli ultimi anni, non è facile. Da metà novembre a metà gennaio la disponibilità di posti-letto per pazienti COVID del nostro ospedale è variata dai 100 a 185 (di cui 10-18 in Terapia Intensiva) a seconda dei flussi in arrivo in PS.

 

In base alla sua esperienza, è cambiato qualcosa dalla prima alla seconda ondata?

Nell’esperienza che ci siamo fatti in queste settimane non possiamo dire di aver osservato un’evoluzione nel comportamento dell’infezione. I pazienti che vengono ricoverati non sono più gravi rispetto a quelli di marzo/aprile o di novembre, perché è aumentata la quota dei pazienti sintomatici che restano al domicilio, assistiti dalla medicina del territorio, che si è riorganizzata bene. E’ rarissimo vedere ricoverati pazienti con disturbi lievi e bassi flussi di ossigeno, che vengono dimessi dopo pochi giorni con tampone negativo. Anche la rete delle strutture di ricovero a cui trasferire pazienti ancora in ossigeno e tampone molecolare ancora positivo è più organizzata: questo consente un più rapido turn-over dei malati nei reparti ad alta intensità di cura; anche se persiste l’esigenza di veder aumentare il numero di queste strutture.

 

Quali sono le sue previsioni in merito all’andamento della curva epidemiologica? Ritiene che ci sarà un terza ondata?

La terza ondata è inevitabile perché c’è stato un alleggerimento delle misure di contenimento a livello della popolazione e perché è troppo presto per godere dell’impatto della campagna vaccinale.

Il mio auspicio è che questo aumento sia contenuto (anche perché una parte della popolazione ha già contratto l’infezione) e che non si debba ricorrere a un nuovo repentino aumento dell’offerta di posti-letto per malati COVID, con le problematiche della medicina d’urgenza che ho illustrato prima.

 

Per quanto riguarda il vaccino anti-Covid, per quando possiamo aspettarci la sua completa disponibilità?

L’immunità indotta dal vaccino attualmente in utilizzo (Comirnaty di Pfizer/BioNTech) si sviluppa gradualmente, raggiungendo il livello di protezione voluto 1 settimana dopo la seconda dose. Siccome la seconda dose viene somministrata dopo 21 giorni dalla prima, il singolo vaccinato gode di una protezione dopo circa 1 mese dalla prima dose. Dato che la vaccinazione procede a cerchi concentrici, interessando un numero via via maggiore di persone, ma con tempi non rapidissimi per motivi organizzativi, ci vorranno mesi perché la maggior parte della popolazione sia “protetta”.

Gli epidemiologi stimano che la cosiddetta immunità di comunità (o immunità di gregge, se preferite) si possa instaurare quando circa il 70% dei cittadini è stato vaccinato.

Con un po’ di ottimismo, se questi vaccini mantengono la loro efficacia nel tempo (e questo è impossibile saperlo oggi, perché le prime persone vaccinate negli studi registrativi dei vaccini sono sotto osservazione da pochi mesi) già a primavera potremmo vederne gli effetti su vasta scala.

Ma le persone devono farsi vaccinare!

 

Molte persone sono ancora restii a recarsi negli ospedali per paura di contrarre il virus, il che rappresenta un ostacolo consistente per l’efficienza del sistema trasfusionale. Che consigli può dare ai nostri donatori?

A giudicare dall’afflusso dei malati in PS, il timore di accedere alle strutture ospedaliere è meno evidente rispetto alla prima fase. Non si può negare che il Pronto Soccorso e i reparti di degenza ospedaliera costituiscano ambiti di potenziale rischio, perché esiste una possibile commistione tra persone infette e persone sane. Se vanno evitati gli assembramenti nei negozi, agli eventi sportivi, nei bar, eccetera, sarà ancor più vero in ambito sanitario! Negli ospedali si è fatto molto per ridurre questo rischio: controlli della temperatura agli ingressi, regolamentazioni dei flussi dei visitatori, identificazioni di percorsi separati e realizzazione delle zone cosiddette zone COVID-free dovrebbero offrire buone garanzie per evitare i contatti a rischio. Ma moltissimo dipende dai comportamenti del singolo individuo: ormai sappiamo tutti che la regola delle 3 M (Mani da lavare/sanificare, Mascherina da indossare e almeno un Metro di distanza dagli altri) sono i pilastri della nostra autotutela.

 

Perchè il test sierologico, talvolta consigliato prima dell’effettuazione del tampone rinofaringeo, non sempre dà risultati attendibili?

Ci sono ancora troppe incertezze sull’affidabilità di questi test:

NON sappiamo se gli anticorpi che rilevano sono protettivi;

NON sappiamo per quanto dura questa protezione;

NON sappiamo se la loro comparsa coincide con l’interruzione della trasmissibilità del virus;

E infine non sono accurati al 100%: per quanto alta sia la loro sensibilità e specificità, espongono ancora al rischio di falsi negativi e falsi positivi.

Quindi sono molto utili a fini epidemiologici, cioè per capire la diffusione in aree geografiche o popolazioni diverse (ad esempio, tra gli operatori sanitari o in comunità chiuse), per dare indicazioni e indirizzare meglio i nostri interventi di prevenzione.

Possono essere impiegati anche in casi clinici selezionati, per integrare gli esami diagnostici in pazienti di cui, però, conosciamo bene la storia di malattia e l’esito dei tamponi. 

Altrimenti meglio non usarli: la positività non garantisce la certezza della protezione e la negatività non esclude la possibilità di essere infetto. Esistono oggettivi problemi interpretativi: questo implica che l’autoprescrizione di questi test è fonte di equivoci e la decisione di richiederli va lasciata al medico, a cui è lasciata l’interpretazione dei risultati.

 

Torneremo mai alla normalità?

Sono convinto che torneremo alle nostre abitudini di vita, ma potrà essere che sia una “normalità” diversa. Probabilmente si manterrà l’abitudine ad usare le mascherine protettive in alcune situazioni (magari per proteggersi dall’influenza anziché dal coronavirus), aumenteranno le vaccinazioni stagionali e le persone coinvolte.

Ma potrebbero esserci anche ricadute positive: dobbiamo augurarci che venga riorganizzata la Sanità territoriale e che siano potenziati i sistemi di gestione in telemetria di controlli e consulenze, che faciliteranno l’accesso ad alcuni servizi dei malati e alleggeriranno il peso dell’attività ospedaliera. Aumenteranno le situazioni in cui si preferirà il lavoro a domicilio a quello “in presenza”.

Non sarà necessariamente una “normalità” più complicata. Sarà una “normalità” in cui dovremo essere tutti più responsabili di noi stessi e degli altri.

 

Perchè i nobili avevano il sangue blu?

Felice blue monday a tutti!…

Suvvia, perché rassegnarsi alla consueta associazione del blu con l’alone della tristezza? Conosciamo tutti un modo di dire altrettanto popolare, che lo eleverebbe invece a vernice della prosperità: l’espressione “sangue blu”, ormai da secoli, viene usata per designare tutti coloro che si inseriscono all’interno di una genealogia nobiliare. Questo modo di dire ha origini poco chiare, e a rigor di logica non avrebbe ragion d’essere: dai fregi purpurei delle tuniche dei senatori romani al vermiglio in cui sventolavano i blasoni di molte casate medievali, è sempre stato il rosso a incarnare i valori di vittoria e supremazia. Che interesse ci sarebbe stato, da parte di chi sovrastava la piramide sociale, a proclamare che il proprio sangue fosse di un altro colore?

Secondo lo storico britannico Robert Lacey (conosciuto anche per il suo lavoro come consulente per la serie Netflix The Crown) l’espressione avrebbe preso piede nella Spagna tardo-medievale, non prima del VI secolo. Con le prime invasioni della penisola da parte degli arabi e l’inizio delle inevitabili unioni miste tra occupanti e autoctoni, divenne prioritario, per ogni iberico fiero di essere tale, dimostrare che il proprio lignaggio non fosse stato “contaminato” dal sangue degli usurpatori. Una distinzione del genere, naturalmente, non poté che far leva sul colore della pelle; eppure si trovò il modo di rendere questo discrimine ancora più netto, ancora più intrinseco: gli spagnoli presero l’abitudine di lasciare in mostra i propri polsi, dove la carnagione bianca rendeva ben visibile il colore bluastro delle vene. Al contrario, i cosiddetti “Mori” non avevano modo di ostentare le proprie, celate dalla pelle scura, e così il presunto sangre azul divenne garanzia e sinonimo di “purezza” (quantomeno dal punto di vista degli Europei).

Questa ipotesi, esposta da Lacey nel suo saggio Aristocrats, necessita comunque di qualche delucidazione. Sebbene la domanda non sorga così istintiva, in effetti, occorre porsela una volta per tutte: perché le vene sono di colore blu? La risposta è straordinariamente semplice: non lo sono. La realtà delle fattezze anatomiche del nostro organismo ha poco a che fare con le schematizzazioni cromatiche dei libri di scuola, che farebbero proprio pensare che il sangue “sporco” defluito dalle vene contraddica fermamente quel cremisi scintillante tipico delle arterie. Ora, che il sangue povero di ossigeno non sia acceso come quello appena rifornito è un dato di fatto, ma si tratta di null’altro che una tendenza più evidente verso sfumature brune. 

È pur vero che, se una porzione di vena venisse svuotata di tutto il sangue, le sue pareti non apparirebbero perfettamente trasparenti, bensì traslucide. Per un osservatore esterno, quindi, la sovrapposizione di certi riflessi grigiastri al rosso scuro del liquido potrà determinare un equivoco nell’impressione complessiva del colore; la sfumatura violacea risultante, però, si manterrà comunque distinta da qualsiasi tipo di blu. 

Tutto ciò non toglie che, viste attraverso la pelle dei polsi, le vene sono blu, lo sono eccome. Per districare questa aporia occorre attingere agli studi della fisica: quando la luce penetra attraverso la pelle, il tessuto adiposo sottocutaneo ne assorbe le componenti a bassa frequenza (quelle corrispondenti al rosso e ai colori ad esso inerenti), perciò, dopo aver raggiunto la superficie delle vene ed esservi rimbalzata contro, quella che arriva ai nostri occhi è la residua luce ad alta frequenza, tradotta dal nostro apparato visivo con la gamma di colori relativi al blu.

Ad ogni modo, il motivo per cui la diceria del “sangue blu” e il suo significato di purezza divennero di pertinenza dei soli nobili è da correlare alla differenza di abitudini tra questi e i ceti meno abbienti: se i primi passavano la maggior parte del loro tempo in casa, al riparo di lussuose dimore, gli altri erano perlopiù impiegati nei campi, anche e soprattutto sotto il cocente sole estivo. Proprio come i “Mori”, dunque, nemmeno questi braccianti costantemente abbronzati avevano modo di provare di avere il sangue blu. Ed è ovviamente in questa accezione elitaria che il detto straripò dalla Spagna e si diffuse in tutta Europa, assumendo i connotati di un vessillo con cui i nati benestanti esibivano il privilegio di non lavorare.

Altre teorie fanno risalire la storia di questa curiosa locuzione alla frequenza con cui gli ambienti nobiliari erano colpiti da due singolari malattie: l’argiria e l’emofilia.

La prima, provocata dalla contaminazione del sangue da parte di particelle di argento, comporta un’anomalia dermatologica parziale o totale, tale per cui la pelle assume un colorito tra il grigio e il blu. La sua diffusione tra i nobili si spiega da sé, dal momento che loro soli, pressoché in ogni epoca, hanno potuto permettersi di banchettare tre volte al giorno e tutti i giorni con stoviglie d’argento. 

L’emofilia, come illustrato nell’articolo a riguardo, consiste invece in un difetto di coagulazione del sangue: lividi ed emorragie dilagano indisturbati, concorrendo a miscelare sfumature cutanee analoghe a quelle causate dall’argiria. Era consuetudine degli aristocratici accoppiarsi solo con altri aristocratici, spesso tra parenti anche non alla lontana; limitando notevolmente la diversità genetica, un sistema di unioni coniugali così serrato non poteva che favorire l’insorgere di una malattia che ha proprio origini genetiche: un portatore sano di emofilia che si congiunga a un soggetto della stessa famiglia, tra i cui rami aleggia lo stesso gene nocivo, ha cospicue probabilità di dare alla luce un figlio emofilico.

In conclusione, è lecito supporre che il mito del sangue blu, sorto in Spagna, abbia trovato nell’argiria e nell’emofilia complici ideali per diffondersi a livello internazionale.

Ma quello che conta è che non c’è affatto da deprimersi in questo lunedì blu: a quanto pare, vene in vista o no, quest’oggi siamo tutti nobili!


A cura di Enrico Forte

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