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Scientificamente Avis: “Anticorpi monoclonali: cosa sono e come funzionano”

Il mondo scientifico schierato nella battaglia contro il Coronavirus rilancia ormai da qualche mese la proposta degli anticorpi monoclonali. Si tratta di una soluzione già messa in atto nella trattazione terapeutica di alcune malattie autoimmuni, come le artriti, e tumori, come quello della mammella. Non solo: coniugati con composti radioattivi, vengono usati per localizzare alcuni tipi di metastasi, differenziare sottotipi e stadi di progressione delle neoplasie, diagnosticare malattie infettive e identificare i microrganismi o parassiti nel sangue nei fluidi corporei. Trovano inoltre largo impiego nelle tecniche di immunoistochimica.

Gli anticorpi monoclonali vengono prodotti in laboratorio mediante l’utilizzo di cavie animali, di solito topi, ratti e conigli. 

Se si vuole sviluppare un anticorpo contro una certa proteina, ad esempio l’actina di ratto, si purifica la proteina dai tessuti e dalle cellule del ratto per poi iniettarla, ad esempio, nel coniglio. Nell’animale ricevente l’actina di ratto viene riconosciuta dal sistema immunitario come una proteina esogena, quindi come un antigene (sostanza estranea all’organismo), scatenando una reazione immunitaria. Durante la reazione immunitaria si attiva una cascata di interazioni cellulari che porta all’attivazione di cellule del sistema immune, le plasmacellule (Linfociti B attivati, per questo anche dette Linfociti B effettori), che iniziano a produrre anticorpi contro l’actina di ratto. 

Plasmacellule diverse sono dette cloni: ciascun clone produce anticorpi con caratteristiche diverse, dal momento che questi riconoscono solo una parte (epitopo) dell’agente infettivo. Anticorpi prodotti dalla plasmacellula A sono diversi da quelli prodotti dalla plasmacellula B. Tutti gli anticorpi reagiscono quindi con diversi antigeni infettivi: la risposta è detta perciò policlonale, perché proveniente da tipi diversi di cloni cellulari. L’interesse, tuttavia, sta negli anticorpi più efficienti e quindi nelle plasmacellule in grado di produrli. 

Dopo aver immunizzato l’animale, si estraggono dal tessuto linfatico (milza o linfonodi) le plasmacellule attivate che in vitro vengono “immortalizzate” tramite fusione con cellule tumorali del sangue (cellule di mieloma) che hanno la caratteristica, appunto, di essere immortali. Si ottengono così degli ibridomi, linee cellulari immortali ognuna delle quali produce anticorpi di un’unica specificità, secreti nel mezzo di coltura.

Gli ibridomi vengono quindi selezionati per le attività degli anticorpi da essi prodotti contro l’antigene di interesse e clonati. Ogni clone produce grandi quantità di anticorpi identici di cui rappresenta una riserva praticamente illimitata. Essendo quindi anticorpi prodotti da un unico clone si parla di anticorpi monoclonali.

Gli anticorpi monoclonali, come già accennato, trovano largo impiego nella pratica clinica. Nel caso di malattie causate da agenti infettivi, le strategie terapeutiche normalmente messe in atto consistono nell’assunzione di farmaci antibiotici o antivirali e nella vaccinazione con conseguente induzione del sistema immunitario alla produzione di anticorpi. Gli anticorpi monoclonali rappresentano un’altra possibilità: non un’alternativa al vaccino ma piuttosto un’arma complementare, dal momento che vengono inoculati direttamente gli anticorpi che bloccano l’agente infettivo, anticipando quelli che l’organismo produrrà ma con minore efficienza. 

La produzione in larga scala di anticorpi da cloni di cellule in vitro e la successiva inoculazione di queste miscele si è rivelata in grado di bloccare l’infezione soprattutto nella fase iniziale della malattia. Non solo, dunque, questa terapia ha consentito di ridurre il numero di pazienti soggetti a danni polmonari gravi, ma ne è stato proposto un uso preventivo, al fine di proteggere i soggetti in pericolo di contagio ancora in attesa della somministrazione del vaccino e dell’inizio della sua effettiva protezione contro il Coronavirus. 

Recenti dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Andrea Costa, paventano “la possibilità di avviare i pazienti affetti da Covid-19 di recente insorgenza e con sintomi lievi-moderati, alla terapia con anticorpi monoclonali”.


A cura di Francesca Genoni

La consegna delle uova di Pasqua

Negli scorsi giorni, proprio prima della domenica di Pasqua, i volontari della Sottosezione Avis di Solbiate Olona hanno coinvolto i bambini della scuola materna A. Ponti portando loro in dono delle coloratissime uova di Pasqua firmate Avis.

I bambini, che tradizionalmente vengono coinvolti per la calza della Befana a gennaio, quest’anno hanno dovuto posticipare il momento di incontro e gioia con Avis a causa del periodo forzato di didattica a distanza.

Anche prima di Pasqua i bambini si sono trovati costretti a seguire le lezioni da casa ma, complice l’organizzazione con i genitori, Avis è comunque riuscita a portar loro questo speciale dono.

I bambini infatti si sono recati a scuola, mano nella mano con i genitori, a ritirare il proprio speciale uovo.

Grazie alla Sottosezione di Solbiate Olona e al nuovo Presidente di Avis Busto Arsizio e Valle Olona, Giuseppe Bianchi, per la presenza nel corso della giornata di consegna.

Scientificamente Avis: Sangue al cervello, il metabolismo del sistema nervoso

Il sistema nervoso capta e decodifica gli stimoli esterni, quindi elabora risposte. Questi scambi tra periferie corporee e cervello avvengono sotto forma di segnali elettrici: scopo di un neurone (ossia una cellula nervosa) è proprio tradurre e trasmettere un’informazione tramite un impulso elettrico. Per svolgere questo compito, come tutte le altre cellule, i neuroni richiedono energia; e per ottenere energia è anzitutto imperativo che il sangue faccia il proprio dovere.

Si chiama metabolismo energetico, la successione di milioni di reazioni chimiche con cui una cellula ricava e accumula energia. La “materia grezza” di partenza è rappresentata dalle sostanze derivate dalla digestione e da quelle introdotte con la respirazione, che il sangue provvede a trasportare a tutte le cellule dell’organismo. Tra queste materie prime, in particolare, svolgono un ruolo insostituibile il glucosio e l’ossigeno: la loro reazione (cioè l’ossidazione del glucosio) produce un’abbondante quantità di energia, che viene per così dire “immagazzinata” in particolari molecole denominate ATP (adenosina trifosfato). Al momento opportuno, poi, questa energia verrà liberata e impiegata dalla cellula per espletare le proprie mansioni.

Nel corso del metabolismo di un neurone non accade niente di troppo diverso, senonché questo tipo di cellula risente di alcune importanti limitazioni. In primo luogo, i neuroni non sono in grado di “fare scorta” né di ossigeno né di glucosio. La maggior parte delle cellule del nostro organismo può sempre contare su riserve del genere: il glucosio viene stoccato sotto forma di una struttura più complessa, il glicogeno; l’ossigeno viene conservato grazie ad una apposita proteina, la mioglobina (da non confondersi con l’emoglobina, presente nei globuli rossi, che serve invece al trasporto di ossigeno). In questo modo, in condizioni sanguigne di carenza di glucosio (ipoglicemia) o di carenza di ossigeno (ipossia), i tessuti possono fare affidamento su queste scorte per ricavare l’energia di cui necessitano per tirare avanti. L’incapacità dei neuroni su questo fronte, invece, fa sì che il sistema nervoso dipenda nel modo più assoluto dal costante rifornimento da parte del sangue. Così il cervello si ritrova ad essere estremamente vulnerabile a ipoglicemia e ipossia, fenomeni ai quali reagisce in genere con una sincope (cioè una transitoria perdita di coscienza). Per di più, la posta in gioco è decisamente più alta rispetto agli altri apparati: le cellule nervose non sono in grado di riprodursi e ciascuna è quindi insostituibile; è sufficiente la morte di un neurone perché tutti i collegamenti (in media tra 500 e 1000) di cui esso era crocevia vadano vanificati per sempre. 

Il cervello, che di tutta la massa corporea costituisce solo il 2%, riceve circa 800 mL di sangue ogni minuto. Se si pensa che il cuore pompa 5,25 L/min (quindi 5250 mL/min), ci si rende conto che più di un settimo di tutto questo sangue è dedicato al solo encefalo.

A rendere possibile questa ingente perfusione sanguigna dentro al cranio è una fittissima rete di capillari. Ognuno di essi contiene delle speciali strutture proteiche che funzionano da “dogane” per il sangue in arrivo; vengono designate nel loro insieme col nome di “barriera emato-encefalica”, e impediscono l’intrusione nel cervello della maggior parte dei virus e dei batteri. Le sostanze benefiche invece attraversano la barriera e si distribuiscono verso tutti i neuroni: la nostra materia grigia consuma circa il 60% del glucosio e il 20% dell’ossigeno di tutto il circolo sanguigno.

Le proporzioni di questo incessante “abbeveraggio” energetico sono da attribuirsi alla incalcolabile mole di responsabilità che grava sulle spalle del sistema nervoso: dal riflesso di ritrarre il dito da una fiamma alla stessa contrazione dei muscoli cardiaci, tutto quello che avviene nel nostro organismo, in ogni singolo istante della nostra vita, è coordinato dagli impulsi elettrici dei neuroni. Un essere umano conta all’incirca 100 miliardi di cellule nervose; il numero di connessioni che si instaurano tra di esse è da vertigini. L’energia necessaria per alimentare tutto non può che essere immensa.

La spesa metabolica del cervello (che in totale riguarda il 20% delle chilocalorie assunte durante la giornata) si mantiene costante in tutte le condizioni fisiologiche, dal sonno profondo all’intenso sforzo mentale. Questo significa che anche il flusso sanguigno diretto al cervello non è soggetto a variazioni; tuttavia, se non varia il totale, varia invece l’afflusso ematico regionale. A seconda di quali regioni cerebrali sono più attive in un certo momento, infatti, i neuroni di queste zone mettono in atto alcuni meccanismi regolativi: liberano particolari sostanze chimiche verso i capillari, favorendo la loro dilatazione e richiamando quindi una maggiore quantità di sangue.

Se la perfusione ematica scende eccessivamente al di sotto della soglia di 800 mL/min, il cervello riceve troppo poco glucosio e troppo poco ossigeno. In queste condizioni, l’autonomia dell’organo è garantita solo per pochi minuti. Dopodiché, inariditi dall’assenza di nutrimento, i neuroni vanno uno dopo l’altro incontro a necrosi (cioè muoiono). Se la necrosi arriva a coinvolgere una certa porzione dell’encefalo, il soggetto risentirà per tutta la vita di danni cerebrali permanenti. Se la necrosi si estende su tutte le cellule dell’encefalo, il soggetto è cerebralmente morto, e ciò che rimane di lui può tutt’al più venire sostenuto da macchinari che ne mantengano attive le funzioni primarie (battito, respirazione, ecc.). Ma si tratta ormai di uno stato “vegetativo”, in cui la coscienza della persona è svanita insieme ai neuroni che la determinavano.

Un calo della perfusione di sangue al cervello può avere molte cause scatenanti, da un’ostruzione arteriosa a una disfunzione cardiaca. Il caso più pericoloso, comunque, è senza dubbio l’arresto cardiaco, che ovviamente comporta l’annullamento del flusso sanguigno encefalico. Per sventare l’imminente morte cerebrale del soggetto, è indispensabile che chi è presente durante l’arresto conosca la manovra del massaggio cardiaco e la metta tempestivamente in pratica. Scopo di questo primo soccorso è sostituire manualmente il cuore inerte nel pompaggio del sangue, cosicché l’encefalo rimanga in vita fino all’arrivo del pronto soccorso. Se hai bisogno di un ripasso sulla procedura di BLS (Basic Life Support), ecco un video della Croce Rossa Italiana:

Video tutorial BLS (Basic Life Support)

 

A cura di Enrico Forte

Allergie e donazioni: come comportarsi?

Ah, primavera! Si destano i merli, i peschi fioriscono… volano gli starnuti. 

Sono belle considerevoli, in questo periodo, le grane di chi ogni singolo anno si ritrova vessato dall’allergia. Effettivamente, più perseguitato di un allergico c’è solo un altro soggetto: il donatore allergico. L’insorgere dell’allergia, infatti, può interferire con le buone intenzioni di chi vuole donare il sangue: molte donazioni vengono rinviate, talvolta addirittura sospese.

Di primo acchito parrebbe soltanto un eccesso di zelo, una precauzione tutto sommato superflua da parte del centro trasfusionale. Perché farsi tutti questi problemi per una condizione innocua e comune come l’allergia? Perché precludere a tanti avisini la possibilità di mettersi in gioco?

La reazione allergica è una risposta sproporzionata del sistema immunitario, con cui esso si oppone ad una o più sostanze (i pollini, in questo caso) erroneamente ritenute pericolose per l’organismo. Un vero e proprio “falso allarme”, come quando uno fa per aprire la portiera dell’auto e quella prorompe inspiegabilmente negli strilli dell’antifurto. Già, erroneo, inspiegabile… Fatto sta che l’antifurto scatta: per quanto “falso”, l’allarme c’è e si fa sentire. Quella allergica sarà anche una reazione fallace, ma ciò non toglie che è concreta, ciò non toglie che avviene, e questo non può essere trascurato ai fini di una donazione sanguigna. Le difese immunitarie si mobilitano contro l’allergene (la sostanza percepita come “minaccia”), ed è appena il caso di precisare che il sangue si trova in prima linea in questo dispiegamento di forze: irritazioni, eritemi e rossori cutanei, manifestazioni tanto consuete di molte reazioni allergiche, sono determinate proprio dall’affluenza di sangue verso la zona “in pericolo”; i capillari lì localizzati si dilatano e si riempiono di globuli bianchi e di globuli rossi carichi di ossigeno, così da far fronte alla apparente “insidia”. Insomma, lo stato del sangue finisce per risultare alterato rispetto alla norma; va da sé che avrebbe ben poco senso donare in una circostanza del genere.

Il criterio seguito dal centro trasfusionale è allora il seguente: per poter effettuare una donazione di sangue, devono essere trascorsi almeno 3 giorni dalla cessazione di tutti i sintomi allergici. Ora, aggirare questa complicazione non sembrerebbe così impossibile, dal momento che antistaminici e farmaci cortisonici, in genere, consentono di raggiungere condizioni stabili alla maggior parte dei soggetti allergici. Il problema è che i principi attivi dei medicinali circolano nel sangue, ovviamente, andando ancora una volta a comprometterne e sbilanciarne la composizione; è per questo che la loro assunzione deve essere interrotta 15 giorni prima di andare a donare. Quindi, ricapitolando: l’aspirante donatore smette di assumere i farmaci 15 giorni prima dell’eventuale donazione; dopodiché, solo se almeno 3 giorni prima di quella data i sintomi cessano, e solo se non si presentano nemmeno il giorno stesso della donazione, allora la seduta può tenersi, altrimenti no.

Diverso è il caso di persone che nella loro vita hanno sperimentato anafilassi (shock anafilattico), cioè quel tipo di reazione allergica improvvisa e violenta che comporta un crollo della pressione sanguigna e impedimenti respiratori: coloro che hanno una storia documentata di anafilassi sono esclusi definitivamente dalla donazione. 

Ad ogni modo, è bene precisare che l’essere soggetti solitamente allergici non rappresenta di per sé un fattore pregiudicante per la donazione: il problema sorge solamente laddove ci sono i sintomi, e non è detto che questi si palesino per forza tutti gli anni. Già nel 2020 molti di noi hanno constatato che, tra gli effetti collaterali della quarantena, ce ne sono anche di positivi. In particolare, tanto le pareti domestiche quanto la mascherina si sono rivelate barriere efficaci contro le grinfie dei pollini, aiutandoci a tenere a distanza anche l’allergia.

Chissà, magari quest’anno dovrai ringraziare la pandemia se riuscirai a provare l’ebbrezza della donazione primaverile. Ma anche se così non fosse, beh… inutile ricordare che il valore del dono è lo stesso in qualsiasi stagione.

A cura di Enrico Forte

Donatori e vaccino, le dichiarazioni di Avis Nazionale

In questi giorni si sta parlando molto dell’accordo raggiunto per vaccinare anche i donatori contro il Covid.
Di seguito riportiamo le dichiarazioni di AVIS Nazionale inerenti alla campagna vaccinale che inizierà, per i donatori, solo dopo le categorie più a rischio già individuate dal piano vaccinale attuale.

Al momento perciò non è ancora stata indicata una data di inizio di somministrazione del vaccino per i donatori.

Scientificamente Avis: La trombosi

La trombosi è una malattia cardiovascolare e si caratterizza per la formazione di trombi nei vasi sanguigni.

Con ‘’trombo’’ si identifica una massa solida costituita da fibrina contenente piastrine, globuli rossi e bianchi, che si forma nel processo di coagulazione del sangue all’interno di un sistema cardiovascolare non interrotto. Queste masse possono formarsi in qualsiasi punto del sistema cardiovascolare, sono sempre ancorate alle pareti del vaso e ostruiscono o rallentano la normale circolazione sanguigna. La condizione peggiora quando i trombi vanno ad occludere grossi vasi arteriosi, privando di ossigeno e nutrimento parti di organi vitali fino a causare la necrosi (alterazione funzionale irreversibile dell’organo).

A seconda del tipo di vaso coinvolto si parla di trombosi arteriosa o venosa. Le trombosi venose sono più frequenti e si localizzano maggiormente negli arti inferiori, vengono distinte in Trombosi Venosa Profonda (TVP) se la formazione di trombi avviene nelle vene profonde, generalmente delle gambe, e Trombosi Venosa Superficiale, se avviene nelle vene superficiali.

In caso di Trombosi Venosa Superficiale o ‘’tromboflebite’’, il trombo interessa una vena infiammata posta appena sotto la cute e porta ad una stasi circolatoria con comparsa di edema, cioè un accumulo di liquido negli spazi tissutali, causando un anomalo rigonfiamento lungo la vena ed una reazione infiammatoria acuta. È generalmente conseguenza di uno o più fattori di rischio, come vene varicose, terapie con estrogeni, fumo, obesità, sedentarietà e gravidanza.

Più critica è la condizione di Trombosi Venosa Profonda, poiché il trombo evolvendo variamente, talora anche disgregandosi, può portare alla formazione di ‘’emboli’’ che danno luogo ad una tromboembolia.

La Tromboembolia venosa (TEV) si riferisce al distaccamento del trombo o di un frammento di esso, che migra nel circolo ematico, generalmente raggiungendo il cuore destro e da qui un vaso sanguigno polmonare, ostruendo il flusso ematico verso una porzione del polmone stesso (Embolia polmonare), con esiti fatali a seconda della grandezza dell’embolo.

Poiché quasi tutte le masse trombotiche possono staccarsi e diventare embolo, la TVP viene anche chiamata ‘’Malattia Tromboembolica’’.

Altre preoccupanti conseguenze sono la carenza di afflusso di sangue all’arto inferiore, un’insufficienza venosa cronica, una diminuzione o interruzione dell’apporto di sangue (ischemia) in un distretto corporeo, che se non ripristinata porta alla compromissione degli organi coinvolti (per esempio infarto o ictus).

Alla base della trombosi possono esserci molteplici fattori scatenanti, i principali sono tre e sono rappresentati nella cosiddetta ‘’Triade di Virchow’’

– Danno endoteliale, ovvero un trauma a carico del rivestimento venoso

– Ipercoagulabilità del sangue, in seguito ad alcune condizioni come tumori o patologie ereditarie, che causano un processo di coagulazione anche quando non dovrebbe avvenire;

– Stasi o turbolenza del flusso sanguigno

Il rischio di Trombosi Venosa Profonda non può essere eliminato completamente, può però essere ridotto in diversi modi, ad esempio facendo attività fisica giornaliera e utilizzando dispositivi di compressione pneumatica intermittente. È inoltre importante non sottovalutare la sintomatologia, anche se si presenta in forma lieve, alcuni esempi: dolore in corrispondenza di una vena, arrossamenti visibili, sensazione di calore e bruciore, mancanza di fiato o tachicardia.

A cura di Marta Pieretti

Scientificamente Avis: Salt Awareness Week – Consumare sale in maniera consapevole

La “Settimana Mondiale per la riduzione del consumo di sale”, in inglese “Salt awareness week”, tenutasi quest’anno dall’8 al 14 marzo, è il nome della campagna mondiale di sensibilizzazione proposta dalla World Action on Salt, Sugar and Health (WASSH), volta a spingere l’intera popolazione verso una scelta di alimenti meno ricchi di sale, come suggerisce anche lo slogan della campagna: “Meno Sale e Più Gusto”.

La necessità di una simile iniziativa nasce dalla consapevolezza di un consumo massivo e piuttosto allarmante di quantità oltremodo eccessive di sale: dati del progetto CUORE 2018-2019 promosso dall’ISS indicano consumi giornalieri di sale oltre la dose massima indicata dall’OMS (5g): 9,5g per gli uomini e 7,2g per le donne. Secondo la WASSH, se si riducesse il consumo a meno di 5g al giorno, si potrebbero prevenire circa 2,5 milioni di decessi ogni anno.

Si tratta di un accorgimento tanto semplice quanto importante, in grado di prevenire l’aumento della pressione arteriosa e delle patologie correlate come ictus, infarto e scompenso cardiaco, ma anche cancro e malattie del rene. 

Perdipiù, la pressione arteriosa costituisce un limite alla donazione: i valori compatibili con la donazione di sangue devono essere, di norma, compresi tra 110 e 180 per la pressione massima. Lo scopo, come per tutte le altre limitazioni (peso, età, etc…), è quello di non provocare malori associati al prelievo. La sottrazione di circa 450 mL di sangue può, infatti, provocare variazioni della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca che possono causare malori in tutti quei soggetti che presentano valori pressori anomali.

Il primo passo per consumare sale in maniera più consapevole è leggere le tabelle nutrizionali dei prodotti confezionati. Per 100g di prodotto, più di 1.2g di sale è da considerarsi eccessivo. In molti Paesi, infatti, circa il 75% del sale consumato non è aggiunto ma è già presente nei cibi processati e confezionati: è il cosiddetto “sale nascosto”, presente anche negli alimenti più insospettabili come pane, cereali, salumi e formaggi, specialmente quelli stagionati. Comunemente viene riportato il valore di sale e non quello di sodio: il Regolamento UE 1169/2011, in vigore anche in Italia, prevede in effetti che l’etichetta degli alimenti riporti il contenuto di sale e non quello di sodio, per una questione di chiarezza nei confronti dei consumatori. Dalla quantità di sale si può comunque facilmente risalire a quella di sodio, dividendo il valore per 2,5. 

Quali sono i rischi legati al consumo di sale? Sulla base delle predisposizioni individuali, un aumento della pressione arteriosa può provocare, fin dall’infanzia, danni vascolari: l’effetto di un’eccessiva pressione del sangue sulle pareti dei vasi (a cui corrisponde una perdita di velocità di scorrimento del sangue in quel tratto di torrente circolatorio) può determinare, dopo una progressiva dilatazione del calibro del vaso, lo sfilacciamento delle sue pareti e quindi gravi aneurismi, che possono concludersi in emorragie interne agli organi irrorati dal vaso. 

Il motivo biologico alla base dell’aumentata pressione sistolica risiede nel fatto che l’eccessivo uso di sale stimola il sistema nervoso ortosimpatico e lo induce a rilasciare una quantità maggiore di adrenalina – ormone prodotto dalla midollare del surrene ma liberata anche a livello delle sinapsi del sistema nervoso centrale – coinvolta nella reazione di attacco o fuga. A livello sistemico i suoi effetti comprendono aumento della frequenza cardiaca, del volume sistolico, della gittata cardiaca  (cioè il volume di sangue che i due ventricoli riescono ad espellere in un minuto attraverso l’arteria polmonare e l’aorta) e una vasocostrizione più evidente delle arterie, ovvero un restringimento della sezione del vaso, che determina un aumento della pressione e a lungo andare porta all’ipertensione, uno stato costante in cui la pressione arteriosa a riposo risulta più alta rispetto agli standard fisiologici. 

Non solo: il consumo eccessivo di sale porta al “volume ampliato di ipertensione“, ovvero ritenzione di liquidi in eccesso all’interno del sistema della circolazione arteriosa, quindi un aumento del volume del sangue che scorre e dunque della pressione arteriosa. 

Troppo sale in circolo comporta anche una perdita di calcio con le urine, quindi maggiori rischi di calcolosi renale (deposito di calcoli nelle vie urinarie, normalmente di ossalato di calcio) e di osteoporosi (perdita di massa ossea). 

Non bisogna quindi sottovalutare gli effetti che il sale può avere sulla nostra salute, considerato che l’abitudine a mangiare salato può anche generare una forma di “dipendenza”, tale per cui il nostro cervello può desiderare sale anche senza che il nostro corpo ne abbia bisogno. 

Ecco un breve e semplice vademecum, proposto dal Ministero della Salute, con alcune semplici abitudini da assumere e coltivare per un consumo di sale più consapevole:

  1. Al posto del sale, usa erbe aromatiche, spezie, aglio o agrumi
  2. Risciacqua verdure e legumi in scatola e mangia più frutta e verdura fresca 
  3. Scegli i prodotti alimentari meno salati, controlla l’etichetta
  4. Riduci gradualmente il sale nelle ricette preferite 
  5. Non mettere a tavola sale e salse salate

 

A cura di Francesca Genoni

“Perché no?” Intervista a Giacomo Colombo, donatore di Avis Busto e volto di Avis Nazionale

Iniziamo oggi una rubrica che speriamo man mano di poter estendere in futuro, coinvolgendo altri donatori che possano lasciarci una loro testimonianza diretta della donazione, di cosa significa per loro donare, delle paure che hanno affrontato la prima volta e, perché no, qualche suggerimento sia per l’Associazione che per eventuali indecisi.

Con la speranza di riuscire, così, a convincere anche loro dell’importanza di un piccolo gesto.

 Abbiamo chiamato la rubrica con una domanda: “Perché no?” che è per noi a sua volta la risposta a un’altra domanda: “Perché doni?”.

Non siamo riusciti infatti a trovare nessun motivo per non farlo (oltre, naturalmente, a motivi di salute, età, peso, ecc., comunque essenziali per la sicurezza di chi dona e di chi riceve).

 

Per inaugurare la rubrica, abbiamo intervistato Giacomo Colombo, giovane donatore avisino di Busto Arsizio, nonché volto di Avis Nazionale per la campagna del servizio civile (lo trovate anche in homepage sul loro sito www.avis.it!)

Ciao Giacomo! Per cominciare, perché non ci dici qualcosa su di te?

Sono Giacomo, ho 22 anni e sono di Busto Arsizio. Frequento il quarto anno di Ingegneria Civile al Politecnico di Milano e sono donatore dalla maggiore età. Ho giocato a tennis a livello agonistico e ho molte passioni, forse anche frutto del fascino per la complicazione e la conoscenza di derivazione ingegneristica.

Come sei diventato volto di AVIS Nazionale?

Sono stato contattato dalla segreteria di Avis Nazionale circa un mese prima del giorno dello shooting fotografico, attraverso il mio profilo Instagram @jackcolombo, dove solitamente condivido momenti della mia vita perlopiù felici. Lì sono anche presenti foto di mie esperienze passate da “modello”, per quanto certamente la ritenga più una passione/hobby che un lavoro.

Dopo una veloce presentazione di entrambe le parti son stato selezionato fra altri modelli per il servizio fotografico.

Il giorno dello shooting ho incontrato Boris Zuccon e Leandro Contino, Responsabili della Comunicazione di Avis Nazionale, oltre che i membri dello staff dello studio fotografico Photostudio 1619 Milan.

Con me vi erano un altro ragazzo e due ragazze, chi contattato mediante la propria Fashion Agency, chi, come me, mediante il proprio account Instagram.

Il team che si è creato è sembrato fin da subito energico, concentrato sul lavoro e molto partecipe, sicuramente un elemento distintivo di questa esperienza rispetto ad altre che ho avuto in questo campo.

Come ti senti a mettere la tua immagine al servizio di un’associazione importante come AVIS?

Sinceramente è stato un onore poter essere fotografato per Avis, perchè mi ha permesso di vivere da un altro punto di vista un’avventura iniziata con la donazione. È probabilmente l’esperienza, di questo tipo, che mi ha dato più ritorno fin da subito a livello emozionale e di orgoglio soprattutto.

La tua collaborazione con AVIS infatti non si esaurisce qui… Raccontaci della tua esperienza come donatore!

Sicuramente particolare è l’inizio. Tutto ha preso avvio con un evento organizzato alle superiori da un professore di educazione fisica, Maurizio Moscheni, che presentò a tutti gli studenti, mediante testimonianze e personalità di spicco, cosa volesse dire donare e essere uniti da un filo rosso. Originariamente provavo abbastanza fastidio alla sola vista di un ago, ma, come spesso mi capita di fare in situazioni scomode, ma che reputo interiormente profondamente giuste, preferisco correrci incontro chiudendo un po’ gli occhi, il giusto che mi permetta di “lanciarmi”.

Così, dopo l’iscrizione e la visita di controllo, ho donato per la prima volta. Inutile dire che il fastidio è stato superato e che non ho mai smesso.

Che cosa significa per te donare il sangue?

Come accennavo, andare periodicamente a donare mi permette di ritrovare una dimensione essenziale di umanità che se è tanto vero che di base dovrebbe interessare tutti noi, è altrettanto vero che nella quotidianità così spinta di una Milano frettolosa (che ho vissuto prima della pandemia, da pendolare, per diversi anni) si tende a dimenticare. Effettivamente per me donare è un piccolo sacrificio, perché fortunatamente non ho cali di pressione, giramenti o altro e ciò mi permette, a fronte di un piccolissimo momento di incertezza al contatto con l’ago, di mettermi in condizione di poter donare davvero molto. In una parola: la vita.

Qual è la tua parte preferita della donazione? 

Ovviamente il panino con la mortadella. Scherzo, sicuramente il dedicare qualche ora e, generalizzando, la mattinata, al pensiero di cui parlavo prima: poter pensare agli altri e non a ciò che devo fare per me. Come dicevo, credo sia qualcosa di molto sottovalutato oggigiorno, da rivalutare.

Se tutto fosse possibile, qual è una cosa che cambieresti per agevolare la procedura della donazione?

Non penso di essere nella condizione di poter suggerire una logistica o, addirittura, una organizzazione migliore a chi raccoglie sangue da inizio secolo scorso. Credo solo di voler ricordare ancora una volta quanto sia importante raccontare cosa significa donare e magari, perchè no, invitare a provare (dopo prelievo di controllo e relativa idoneità, ovviamente). Nel mio mondo ideale penso possa essere magnifico veder donare tutte le persone idonee a farlo.

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