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I disegni vincitori del concorso Avis

Nelle scorse settimane i nostri social Facebook e Instagram sono stati felicemente intasati da moltissimi disegni realizzati dai ragazzi delle ex-seconde medie delle scuole G. Parini e G. Galilei di Borsano e Sacconago, disegni realizzati in occasione del concorso indetto come ogni anno da Avis Busto Arsizio e Valle Olona.

Di seguito, abbiamo il piacere di annunciarvi i vincitori. Ai ragazzi sono già stati consegnati dei piccoli riconoscimenti oltre che parole di lode per la loro creatività e sensibilità.

I vincitori della ex-classe 2A:
  

I vincitori della ex-classe 2B:

I vincitori della ex-classe 2C:

I vincitori della ex-classe 2D:

 

I vincitori della ex-classe 2E:

I vincitori della ex-classe 2F:

La donazione non si ferma, anche in zona rossa

La donazione non si ferma, anche in zona rossa.
I donatori possono continuare a donare sangue e plasma per garantire l’autosufficienza nazionale e, di conseguenza, sono liberi di uscire di casa per recarsi nei centri trasfusionali pubblici e associativi.
Lo stop agli spostamenti, come già indicato dal Ministero della Salute nei mesi scorsi, non coinvolgono i donatori, che in ogni caso dovranno compilare e, nel caso di controllo da parte delle forze di polizia, esibire il modello dell’autocertificazione (scarica qui: nuovaautodichiarazioneottobre2020)
Come riportano le due circolari pubblicate il 10 e il 24 marzo, infatti, la donazione di sangue ed emocomponenti rientra tra le “situazioni di necessità” per le quali sono consentiti gli spostamenti e che quindi permettono ai donatori di recarsi nei centri di raccolta pubblici o associativi.
Come sempre la donazione va prenotata e vanno rispettate le regole di sicurezza.
Il bisogno di sangue e di plasma non si ferma!

Scientificamente Avis: Il paziente di Berlino

Il 29 settembre è morto per leucemia mieloide acuta Timothy Ray Brown, detto anche il “Paziente di Berlino”, la prima persona al mondo ad essere stata dichiarata completamente guarita dall’infezione da HIV, il virus dell’immunodeficienza umana.

La vicenda di Timothy inizia nel secolo scorso: affetto da HIV dal 1995, comincia la terapia convenzionale antiretrovirale che gli permette di contrastare l’infezione fino al 2006, quando gli viene diagnosticata una grave forma di leucemia. Nel 2007, sotto la cura dell’ematologo tedesco Gero Hütter, Timothy è avviato al trapianto di midollo più insolito della storia: non viene cercato “solo” il midollo di un donatore compatibile, ma uno che possieda anche una rara e specifica mutazione in grado di rendere le cellule trapiantate resistenti all’infezione da HIV. Tale mutazione è presente in circa l’1% della popolazione Europea e riguarda la proteina CCR5 (recettore C-C per le chemochine di tipo 5) nella sua variante allelica CCR5-?32 monozigote che quando non è mutata, ovvero nella quasi totalità dei casi, “coopera” con il recettore CD4, una proteina transmembrana presente sui linfociti T, permettendo l’ingresso del virus HIV nella cellula umana e favorendo così l’insorgere dell’infezione. 

Individuato il genoma con la mutazione desiderata, dopo averne studiati 230 diversi, il trapianto dà il risultato “miracoloso” previsto: oltre alla leucemia, sparisce anche il virus HIV. Purtroppo la stessa terapia non è applicabile alle decine di milioni di pazienti che ogni anno contraggono il virus, essendo il trapianto un’operazione delicata, costosa e rischiosa, ma la vicenda del “Paziente di Berlino” ha dato prova che è possibile non solo controllare il virus con le dovute cure, ma anche eliminarlo. 

Di fatto, ad oggi, l’HIV non è ancora stato sconfitto: esistono solo terapie antiretrovirali che permettono di ridurre la quantità di particelle di HIV nell’organismo e quindi una ripresa del sistema immunitario del paziente. Il tempo medio di sopravvivenza dopo infezione da HIV è notevolmente allungato nei pazienti che seguono la terapia, senza la quale, al contrario, il tempo medio di sopravvivenza dopo aver contratto il virus è stimato da 9 a 11 anni.

I dati riportati dall’UNAIDS, il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV, riferiscono che delle 37,9 milioni di persone che vivono con l’infezione da HIV nel 2018 (perlopiù concentrate nell’Africa Meridionale), 36,2 milioni sono adulti e 1,7 milioni sono bambini con meno di 15 anni. Il numero di decessi continua a diminuire, principalmente per effetto delle terapie antiretrovirali combinate, passando da 1,7 milioni nel 2004 a 770.000 nel 2018: raggiungere quota zero un giorno sarà possibile e Timothy Ray Brown è stato il primo a dimostrarlo. 

A cura di Francesca Genoni

Scientificamente Avis: La storia delle trasfusioni

Fin dai tempi più remoti, al sangue è sempre stato riconosciuto un valore incomparabile: gli Egizi lo usavano per preparare bagni rivitalizzanti, i Romani raccoglievano e conservavano quello sparso dai gladiatori, mentre nel Medioevo non era inconsueto berlo come farmaco rigenerante. 

Ma bisognò attendere il XVII secolo perché la prospettiva del trasferimento del potere vitale del sangue approdasse a una consapevolezza scientifica. Prima di tutto, nel 1628 l’inglese William Harvey pubblicò il trattato “Exercitatio Anatomica de Motu Cordis et Sanguinis in Animalibus” (che in latino significa “Pratica Anatomica sull’Attività del Cuore e del Sangue nei Viventi”): era la prima descrizione rigorosa del flusso sanguigno negli organismi animali. 

Il lavoro di Harvey gettò le fondamenta per esperimenti rivoluzionari. Cruciale l’attività di Francesco Folli da Poppi, studioso sotto i Medici che nel 1664 realizzò un apparecchio per lo scambio di sangue da un individuo a un altro. 

Fu su questa rotta che si coordinarono le prime effettive trasfusioni sanguigne. Figura di primo piano fu Jean Baptiste Denys de Montpellier, che ne effettuò con successo due, trasferendo sangue da agnello a uomo. Nel 1667 ripetè l’operazione anche una terza volta, ma l’esito fu tragico: il paziente non sopravvisse. La moglie del defunto denunciò l’accaduto alla corte di giustizia francese, inducendola a stabilire che qualsiasi trasfusione di sangue dovesse essere autorizzata dalla Facoltà di Medicina di Parigi. Questa era già alquanto ostile alla pratica, e non senza ragioni: statistiche che sarebbero state pubblicate due secoli dopo rivelano che, tra il 1666 e il 1874, le trasfusioni eterologhe (da animale a uomo) riuscivano solo nel 30% dei casi, mentre per quanto riguarda quelle da umano a umano i traguardi positivi non avevano mai superato il 50%. È per questo che, negli stessi anni, in Gran Bretagna le trasfusioni vennero addirittura proibite. Tutti questi provvedimenti circoscrissero immancabilmente il margine di sperimentazione e di sviluppo della tecnica trasfusionale, tant’è che diventò comune lo sfruttamento dei condannati a morte come cavie. 

Il processo di miglioramento doveva essere ancora lungo e ricco di insidie. Uno dei principali problemi riguardava la formazione di coaguli: una volta prelevato dal donatore e prima di essere immesso nella circolazione del ricevente, il sangue andava incontro a coagulazione, divenendo inutilizzabile. Nella ricerca di una soluzione, si rivelarono fatali gli azzardi ad impiegare la soda caustica nel 1826, il solfato e il bicarbonato di sodio nel 1868: quelli che avrebbero potuto rappresentare degli efficaci anticoagulanti portavano a livelli intollerabili l’acidità del sangue, che come oggi sappiamo deve restare in un ben preciso e ristretto intervallo di valori di pH. È solo tra il 1902 e il 1916 che entrò in vigore l’utilizzo dell’ACD (citrato destrosio), che garantiva la conservazione del sangue per più settimane senza dover fare i conti con effetti collaterali.

Nel frattempo, nel 1901 Karl Landsteiner scoprì che alcune delle feroci reazioni post-trasfusionali, spesso letali per il ricevente, erano legate all’incompatibilità tra antigeni e anticorpi presenti nel sangue di chi dona e di chi riceve. È a partire da questa essenziale constatazione che Landsteiner riuscì a classificare i quattro gruppi sanguigni (A, B, 0, AB), identificando nel 1940 anche il fattore Rh. 

Sulle spalle di questi sofferti progressi, coadiuvati dallo sviluppo di nuove e più adeguate apparecchiature, le trasfusioni di sangue erano pronte a diventare la formidabile risorsa che rappresentano oggi. Prima, però, la cultura del dono doveva ancora diffondersi: è in questo orizzonte che AVIS avrebbe preso forma…

Vaccino Antinfluenzale 2020

Anche quest’anno per i donatori è previsto il vaccino antinfluenzale gratuito, da sempre un prezioso alleato durante le stagioni più fredde per prevenire brutti raffreddori e influenze e ancora più importante in questo delicato anno di Covid-19.

Il Ministero della Salute nel documento in allegato “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021” ha dichiarato: “[…] si rende necessario ribadire l’importanza della vaccinazione antinfluenzale, in particolare nei soggetti ad alto rischio di tutte le età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti, dati i sintomi simili tra Covid-19 e Influenza. Vaccinando contro l’influenza, inoltre, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso”.

La Tabella 1 riportata dal Ministero della Salute elenca le persone che possono usufruire della vaccinazione gratuita, con un ampliamento – rispetto a quanto riportato – anche alla fascia d’età 60-64 anni.

Anche i donatori di sangue rientrano nella lista di coloro che possono ricevere il vaccino gratuitamente.

Avis Busto Arsizio e Valle Olona dunque mette a disposizione, in collaborazione con la ASL-VALLE OLONA comprensorio di BUSTO ARSIZIO un numero definito di vaccini da somministrare ai donatori che ne facessero richiesta.

Il vaccino verrà somministrato a partire dalla seconda metà di novembre, presso l’ASL DI VIALE STELVIO, 3 a Busto Arsizio.

Visto l’alto numero di domande, per poter accedere al vaccino sarà necessario inviare la propria richiesta presso la segreteria Avis alla mail: info@avisbusto.it entro e non oltre SABATO 31 ottobre 2020.

Naturalmente i donatori che rientrano nelle fasce d’età oltre i 60 anni potranno rivolgersi al proprio medico curante per accedere alla vaccinazione anche prima della seconda metà di novembre.

NB: il vaccino antinfluenzale gratuito sarà consentito presso la ASL DI BUSTO ARSIZIO solo ai donatori di sangue residenti nei Comuni di SUA competenza (Busto Arsizio, Olgiate Olona, Castellanza, Solbiate Olona, Fagnano Olona, Gorla Minore, Gorla Maggiore, Marnate), i residenti di altri comuni dovranno rivolgersi alle ASL di competenza del loro territorio.

 

Allegato: Prevenzione e controllo dell’influenza 2020:2021

La Messa a Suffragio dei Defunti Avisini

Siamo ancora lontani – a causa dell’emergenza sanitaria – a un ritorno alla normale attività avisina.
La sottosezione di Madonna Regina ci dà però speranza. Si è svolta infatti domenica 4 ottobre la S. Messa a suffragio dei defunti avisini, svoltasi nella chiesa di S. Maria Regina.

Si tratta della prima attività avisina da dopo il lockdown e speriamo possano seguirne nuovamente altre in futuro.

 

Scientificamente Avis: Gli anticorpi

Gli anticorpi sono proteine che svolgono un ruolo chiave nell’ambito del sistema immunitario umorale (“umore” è il nome con cui anticamente si indicava il sangue). Vengono prodotti dai cosiddetti linfociti B in risposta alla presenza nel sangue di un corpo da questi identificato come estraneo: può trattarsi, per fare degli esempi, di un virus o di un battere, e viene generalmente indicato come antigene. I linfociti B si differenziano tra di loro a seconda del tipo di anticorpo che sono in grado di produrre. Sulla superficie di ognuno di essi è presente un modello di tale anticorpo (o immunoglobulina), e, quando un antigene perfettamente complementare a questo modello vi si attacca, il linfocita innesca la produzione in serie di quello specifico anticorpo. Una volta rilasciati in quantità nel flusso sanguigno, gli anticorpi individuano l’antigene e lo “disattivano”, cioè fanno in modo che non possa danneggiare le cellule sanguigne: tipicamente, gli anticorpi aderiscono ai siti di attacco dell’antigene, rendendo impossibile l’attacco da parte di questo a una cellula ospite. Una volta disattivato, l’antigene viene fagocitato e smaltito da un macrofago. Non sempre gli anticorpi riescono a intervenire in tempo: quando un antigene è già penetrato in una cellula, che può anche essersi riprodotta nel frattempo, è allora compito dei linfociti T citotossici individuare e distruggere le cellule infette.

L’azione degli anticorpi è ovviamente concepita per favorire l’organismo, combattendo le eventuali minacce alla sua sopravvivenza. Tuttavia, talvolta il loro operato può inavvertitamente rivelarsi deleterio. È il caso delle trasfusioni di sangue, in cui la necessità di individuare con precisione il gruppo sanguigno sia del donatore sia del ricevente risponde alla presenza nel sangue di elementi antigenici, distinti in A e B. Come illustrato dettagliatamente nell’articolo al riguardo, alla presenza nel sangue di antigeni di uno di questi due gruppi è associata la presenza di anticorpi ostili all’altro gruppo. Questo vuol dire che gli individui di gruppo A posseggono anticorpi contro gli antigeni B, mentre individui di gruppo B dispongono di anticorpi anti-A. Il gruppo 0, che non presenta antigeni né di un tipo né dell’altro, è contraddistinto dalla presenza di anticorpi anti-A e anti-B, mentre il gruppo AB, presentando entrambi gli antigeni, non dispone di anticorpi. Una volta inquadrata questa situazione, è automatico capire che se per esempio sangue di gruppo A viene immesso in un flusso sanguigno di gruppo B, non solo gli anticorpi dell’organismo aggrediranno le cellule sanguigne estranee, ma saranno anche gli anticorpi del sangue immesso a combattere quelli che dal loro punto di vista sono corpi ostili. Come risultato, le cellule sanguigne risulteranno stremate e indebolite (tanto più quanto sarà stata massiccia la quantità di sangue ricevuta), e il sistema immunitario, già ampiamente impiegato in questo assalto inutile, potrebbe reagire con meno efficacia ad una minaccia più seria.

Oltre a rappresentare la principale bussola nel contesto delle donazioni sanguigne, la conoscenza precisa degli anticorpi e del loro funzionamento è alla base della sintesi di vaccini con cui prevenire il contagio da parte di un antigene. Un vaccino è un preparato di microrganismi patogeni morti o resi innocui che viene somministrato a un soggetto al fine di indurre la produzione di anticorpi specifici da parte del suo sistema immunitario. L’organismo viene così predisposto a resistere a un eventuale contagio da parte di quello stesso tipo di antigeni, ancor prima che questo sia avvenuto. 

A cura di Enrico Forte

Scientificamente Avis: Salvaguardare la salute del cuore

Domani 29 settembre celebreremo la Giornata Mondiale del Cuore, iniziativa che di anno in anno si propone di sensibilizzare il ruolo cruciale che l’adeguata cura del nostro organo centrale deve ricoprire nella vita di ognuno. Alle malattie cardiovascolari è attribuita la più diffusa causa di morte a livello globale: in questa vasta categoria vengono fatte rientrare tutte le malattie che hanno per vittime o i vasi sanguigni o il cuore in prima persona, compromettendo in ogni caso l’adeguato funzionamento del sistema circolatorio. Nonostante il tristemente lungo elenco in cui si susseguono tali patologie, è soprattutto la famigerata aterosclerosi a cui si fa riferimento. Si tratta di una condizione di alterazione delle pareti delle arterie, con conseguente restringimento, allargamento o ostruzione dei canali. Questi fenomeni sono responsabili di anomalie nel flusso sanguigno nonché, di conseguenza, di un lavoro cardiaco irregolare. 

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la prevenzione di queste malattie potenzialmente letali non richiede particolari sacrifici, se non l’adozione fin dalla giovane età di abitudini salutari e la costanza nel praticarle. In primo luogo, l’OMS consiglia di ridurre il consumo di sale fino ad una quantità ideale di 5 g al giorno, in quanto una presenza eccessiva di cloruro di sodio provoca l’indurimento delle pareti arteriose. La caratteristica peculiare delle arterie dovrebbe essere proprio l’elasticità, al fine di consentire massima efficienza nel pompaggio del sangue, quindi a vasi rigidi non può che corrispondere una riduzione della portata ematica. Fumo e alcolici sortiscono lo stesso effetto, e per scongiurare il rischio cardiovascolare si indica anche di evitare il consumo di alimenti ricchi di grassi animali: sono queste le sostanze che tendono più facilmente ad accumularsi a ridosso delle pareti vascolari, andando ad assemblarsi in un accumulo che ostacola il passaggio del sangue e contribuisce all’innalzamento della pressione arteriosa. In realtà, il problema non è legato tanto alla presenza del coagulo in sé, bensì all’infiammazione che si sviluppa in risposta ad esso: i detriti vengono aggrediti da piastrine, macrofagi e globuli bianchi, che si affannano per rimediare al problema senza però fare altro che accrescere sempre più la mole di quello che ora è un coagulo sanguigno. Normalmente, la coagulazione avrebbe effetti positivi: è quel meccanismo a cui dobbiamo la rigenerazione di un taglio o del buco di una puntura, e che ha inizio proprio con la costruzione di un rivestimento provvisorio (la “crosta”) che impedisca l’intrusione di corpi estranei. Ma quando il corpo estraneo è all’interno di un vaso sanguigno, la coagulazione ha conseguenze disastrose, aggravate dal fatto che anche molti globuli rossi finiscono per schiantarsi e rimanere incagliati nell’agglomerato. Questo prende ormai il nome di trombo e, se si sviluppa in dimensioni tali da occludere del tutto il passaggio, la parte del corpo di pertinenza di quell’arteria non viene più irrorata di sangue, non riceve più ossigeno e va incontro a necrosi (cioè morte di tutte le cellule che la compongono). Qualora queste cellule fossero neuroni si parla di ictus, la cui gravità è legata al fatto che la necrosi di un’area cerebrale comporta la cessazione di tutte le funzioni biologiche da essa coordinate.

Se la diminuzione del lume dell’arteria è deleteria, anche la sua dilatazione è problematica. In effetti, le cause della formazione di un cosiddetto aneurisma e del pericolo che rappresenta non si discostano più di tanto dalle circostanze finora descritte. L’indebolimento di un vaso sanguigno e la sua maggiore friabilità – condizioni, occorre ripeterlo, enfatizzate da un abuso di sale, fumo e alcolici– possono spesso condurre all’erosione degli strati interni della parete ad opera dello stesso sangue che scorre, il che alla lunga si traduce in un assottigliamento anche significativo dell’argine. Il tratto interessato, meno resistente del normale, tende a cedere e incurvarsi verso l’esterno al continuo passaggio del sangue, dando luogo, visto dall’esterno, ad un rigonfiamento di quella sezione dell’arteria. Un’insenatura del genere è soggetta in misura maggiore al deposito di sostanze lì in transito, rendendo più facile la formazione dei suddetti trombi. La differenza, in questo caso, è che le pareti assottigliate sono ovviamente più sensibili ad una pressione elevata, ed è molto plausibile il raggiungimento di un punto critico in cui la loro struttura venga compromessa, concludendosi in un’emorragia interna.

Tra tutti i rischi associati ad ognuna di queste circostanze, comunque, non bisogna dimenticare le ripercussioni incassate dal cuore. La riduzione del flusso ematico associata alla rigidezza dei vasi, l’impossibilità dei distretti corporei di essere irrorati a causa di un’ostruzione da trombo, l’improvviso deragliamento del sangue in concomitanza con l’apertura di una lesione in un vaso: tutti questi eventi obbligano il muscolo cardiaco ad incrementare la propria attività nel disperato tentativo di sopperire al difetto di nutrimento delle zone interessate. E se il cuore fa gli straordinari, non c’è dubbio che andrà in pensione prima del tempo. 

A tal proposito, nonostante si sia già diffusamente trattato dei benefici dello sport, è importante ribadire come almeno un’ora di attività (aerobica in particolare) ripetuta tre volte alla settimana sia fondamentale per temprare il muscolo cardiaco. Questo viene letteralmente “allenato” come tutti gli altri muscoli e si abitua così a pompare più sangue a parità di energia impiegata, guadagnando anni di vita. 

La Giornata Mondiale del Cuore si ripete una volta l’anno, ma la speranza è che questi consigli di prevenzione non smettano mai di accompagnarci. Bastano poche, accettabili rinunce per valorizzare un bene permanente e inestimabile.


A cura di Enrico Forte

Scientificamente Avis: Il fegato

Il fegato è un organo del corpo umano che riveste un ruolo di primaria importanza tanto nella digestione del cibo (grazie alla produzione di bile o fiele), quanto nella detossificazione di sostanze nocive come alcool e farmaci. Questa ghiandola, la più grande del corpo umano (con un peso di 1,5 Kg e una lunghezza di circa 24-28 cm), riveste molte altre funzioni non digestive altrettanto importanti: solo per citarne alcune, regola la concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia), interviene nel metabolismo dei lipidi e degli amminoacidi, sintetizza diverse proteine plasmatiche, produce l’urea (sostanza di scarto del metabolismo dei composti azotati) e partecipa al catabolismo dell’emoglobina.

È posizionato al di sotto del diaframma e si presenta diviso in quattro lobi: destro, sinistro, quadrato e caudato. Ciascuno dei lobi è suddiviso in numerosi lobuli epatici (circa 50.000-100.000), circondati da capillari detti sinusoidi, derivati da ramificazioni dell’arteria epatica e della vena porta. Queste ultime due strutture concorrono al trasporto di sangue verso l’organo: il 20% del sangue, ricco di ossigeno necessario per le cellule epatiche, arriva al fegato mediante l’arteria epatica; il restante 80%, povero di ossigeno e ricco di materiali nutritivi provenienti dall’intestino, è trasportato dalla vena porta. Una volta arricchito di sostanze elaborate dal fegato, il sangue esce dall’organo mediante un altro vaso sanguigno, la vena epatica, che confluisce poi nella vena cava inferiore. 

Sono molte le patologie associate al fegato, quasi sempre accompagnate dall’itterizia, ovvero la colorazione giallastra della pelle, delle sclere oculari e delle mucose, causata dall’incremento dei livelli di bilirubina (pigmento di colore giallo-rossastro) nell’organismo. Come detto in precedenza, una delle funzioni del fegato è la partecipazione al catabolismo dell’emoglobina, processo metabolico che prevede la demolizione di eritrociti invecchiati con conseguente elaborazione di bilirubina, prodotta soprattutto a livello della milza in una forma insolubile (indiretta o non coniugata), resa idrosolubile (diretta o coniugata) e quindi espellibile mediante le urine grazie a un corretto funzionamento del fegato. Ne consegue che l’aumentata distruzione dei globuli rossi o un difetto nell’attività del fegato può aumentare le concentrazioni di bilirubina, causando iperbilirubinemia.

A seconda della tipologia di bilirubina concentrata è possibile riconoscere un problema a livello: 

– epatico, se aumenta la concentrazione ematica di bilirubina indiretta;

– extraepatico, se aumenta la concentrazione di bilirubina diretta.

Un aumento di bilirubina indiretta può essere il risultato di malattie emolitiche o epatiche. Una patologia abbastanza comune è la sindrome di Gilbert, una condizione benigna di origine genetica e dovuta ad un ritardo, da parte del fegato, nel catturare la bilirubina indiretta circolante. 

Un aumento di bilirubina diretta può invece dipendere da malattie come l’epatite, la cirrosi epatica oppure l’ostruzione dei dotti biliari (vie attraverso cui la bile raggiunge l’intestino) per la presenza di calcoli o di malattie del pancreas, ma anche da reazioni a farmaci e disturbi dovuti al consumo eccessivo di alcool. 

Le corrette funzionalità del fegato possono essere verificate attraverso numerosi test clinici che misurano la presenza o l’assenza di sostanze legate a una sua regolare attività.

A cura di Francesca Genoni

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